Festival del Cinema Citta\' di Spello


Sinossi *:
Dago nasce da una ferita linguistica e da un gesto d’amore.
Una parola usata per ridurre, per marcare una distanza, diventa il punto di partenza di un racconto intimo e collettivo sulla migrazione, sul ritorno e sulla memoria filmata.
Nel 1948, poco dopo la fine della Seconda guerra mondiale, un uomo emigrato dal Sud Italia negli Stati Uniti rientra nel suo paese natale con la famiglia. Porta con sé una cinepresa a pellicola e filma il viaggio, le strade, i volti, la piazza che si riempie. Il paese intero scende per accoglierlo. Si festeggia con fette di anguria fresca. Si celebra una cerimonia solenne davanti al monumento ai caduti. Tutto è insieme semplice e straordinario.
Le immagini, oggi sfocate e sbiadite dal tempo, non sono solo documenti: sono tracce emotive.
Tremano, respirano, custodiscono silenzi. Raccontano un Sud contadino che prova a ricomporsi dopo la guerra, ma raccontano anche lo sguardo di chi torna cambiato, di chi osserva la propria origine da una distanza ormai irreversibile, di chi è partito senza sapere se sarebbe tornato e di chi, tornando, ha scoperto di essere ormai straniero in entrambi i luoghi.
A questa memoria visiva si intreccia il suono.
La colonna sonora è composta da brani tradizionali dell’epoca, ascoltati attraverso la grana imperfetta di un vecchio registratore a cassette. Anche il suono, come l’immagine, porta con sé le ferite del tempo, la fragilità della trasmissione, la distanza. In sottofondo, una lettura attoriale dà voce a una lettera immaginata: le parole di un emigrante appena giunto in America, rivolteì alla famiglia rimasta al paese. Non è un documento reale, ma una voce possibile, costruita a partire da storie tramandate, silenzi ereditati, frasi mai scritte. Non spiega le immagini: le accompagna come un’eco.
La cinepresa diventa così un atto di restituzione e di controllo: filmare significa ricordare, ma anche affermare una nuova identità. Dago si muove su questa tensione sottile, tra nostalgia e orgoglio, appartenenza e scarto, intimità e rappresentazione pubblica.
Questo cortometraggio non ricostruisce una storia: la lascia emergere. È un film che ascolta le immagini, che accetta le loro imperfezioni come parte del racconto, e che affida al cinema il compito più fragile e necessario: trattenere ciò che il tempo tende a cancellare.
Quelle immagini non sono mai state pensate per essere cinema. Eppure, nel loro tremolio, nel loro scolorire, custodiscono qualcosa di profondamente cinematografico: il desiderio di fermare il tempo, di lasciare una traccia, di dire “io sono stato qui”.
Nel film si è scelto di rispettare l’imperfezione di queste immagini, di non “ripulirle”, perché è proprio lì che risiede la loro verità emotiva. Le bruciature della pellicola, le sfocature, i vuoti non sono difetti: sono ferite del tempo, sono memoria che resiste.
Questo film è un atto di restituzione. Restituzione a chi ha filmato senza sapere che un giorno quelle immagini sarebbero diventate racconto. Restituzione a una comunità, a una storia migrante che non è solo italiana, ma universale. E, soprattutto, restituzione al cinema come spazio di memoria, capace di accogliere le parole ferite e trasformarle in immagini che continuano a parlarle.

Cast


Soggetto:
Vito Nicoletta

Sceneggiatura:
Vito Nicoletta

Musiche:
Vito Nicoletta

Montaggio:
Vito Nicoletta

Fotografia:
Vito Nicoletta

Produttore:
Vito Nicoletta


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