Sinossi *: "Fora Pal Mont (I Passi Rimasti)" raccoglie le voci delle ultime sedonere della Valcellina, donne oggi molto anziane che, da giovani, lasciavano i paesi di montagna ai confini col Vajont per vendere lungo le strade del Nord Italia oggetti di legno, merci minute, pizzi e merletti. In un tempo, quello della prima metà del 1900, in cui la vita femminile era pensata soprattutto dentro la casa, il loro lavoro le portò fuori: sulle strade, nei mercati, nelle città. Spingevano carretti pesanti, dormivano dove capitava, attraversavano campagne e centri urbani per contribuire alla sopravvivenza delle famiglie. Il documentario restituisce la memoria di un lavoro femminile montano duro e poco raccontato, nato dalla necessità e diventato, passo dopo passo, una forma concreta di autonomia femminile. Attraverso testimonianze, paesaggi, materiali d’archivio e una tessitura sonora contemporanea, con innesti di musica elettronica, Fora pal mont riporta alla luce una storia di fatica, viaggio e libertà discreta rimasta impressa nei passi di chi l’ha vissuta.
Note:
"Le donne si muovevano e agivano, ma l’archivio tace: la loro presenza resta solo allusa, filtrata attraverso atti maschili, come nota marginale o firma incerta. La “presenza assente” non è un ossimoro, ma la condizione strutturale delle donne nella storia: presenti nei fatti, assenti nei racconti". Casimira Grandi, sociologa.
La Valcellina (vallata alpina del friuli occidentali) del primo Novecento era un luogo severo: montagne scoscese, case sparse, poche terre coltivabili. La vita quotidiana era segnata dalla scarsità e dalla fatica, soprattutto per le donne, chiamate a reggere la casa, i figli e spesso anche il lavoro nei campi. Ma non solo. In questo scenario nacque un fenomeno particolare e oggi quasi dimenticato: quello delle ambulanti, le sedonere, donne che per necessità a partire dai primi del 1900 sempre più, spinsero un carretto di legno e ferro fora pal mont, percorrendo l’Italia per mesi a vendere piccoli oggetti intagliati.
LA MONTAGNA E LA FATICA DI VIVERE
La valle non regalava nulla. Inverni lunghi, poche risorse, isolamento geografico. Gli uomini spesso emigravano stagionalmente o lavoravano nei boschi, ma anche alle donne non mancava il peso. Il vivere in montagna significava arrangiarsi con poco, ma anche inventare mestieri e trovare scappatoie per sopravvivere. La partenza delle ambulanti nacque da questa necessità: non un’eccezione, ma l’estrema conseguenza di una vita di resistenza quotidiana e, in qualche modo, anche una inconsapevole via di fuga. Era una vera economia di sussistenza alpina, dove la mobilità diventava l’unico strumento per sopravvivere in un ambiente povero. Nei primi del 1900 le strade non c’erano, se non sentieri di montagna. Verso il 1920 è stata costruita una impervia tortuosa strada bianca di montagna: la Valcellina era, insomma, luogo dell’altrove.
I VIAGGI: PARTIRE FORA PAL MONT
Un lavoro che si pensa(va) facessero solo gli uomini, eppure, eccole, le sedonere: con i carretti carichi di mestoli, cucchiai e oggetti di legno, le donne lasciavano la valle per mesi. Attraversavano strade dissestate, piogge, neve, e arrivavano fino alle città di pianura. Le testimonianze raccontano passi consumati, mani screpolate, notti in fienili o in ricoveri di fortuna, gonne ingombranti. La loro era una forma di migrazione temporanea circolare, iscritta nei processi di microstoria economica delle comunità alpine. Per donne di quegli anni significava scoprire città, osservare altre abitudini, altre mode, aprire lo sguardo oltre la valle. Donne che entravano in contatto con nuovi mondi e, parte di questi mondi, li riportavano a casa non nei carretti, ma dentro loro stesse.
IL LAVORO E L’EMANCIPAZIONE ORIZZONTALE
Il guadagno serviva a comprare ciò che in montagna mancava: farina, vestiti, corredi. I soldi entravano nelle case e davano respiro all’economia domestica. Tornare a casa, però, sovente significava ritornare in un mondo patriarcale ancora più solido rispetto a quello già presente nelle città. Ma insieme al denaro, le donne riportavano parole nuove, immagini di città, modi di fare visti altrove. I primi “no, io non ci sto”. Compivano così, senza proclami, un atto di emancipazione orizzontale, donne comuni che con i loro viaggi introducevano prospettive diverse dentro una società chiusa. Era una forma di agenzia femminile diffusa, un potere sociale discreto ma incisivo.
INSIDIE e SILENZI
La libertà dei viaggi aveva un prezzo. Strade pericolose, incontri poco rassicuranti, notti incerte. Le donne viaggiavano spesso sole, senza strumenti per proteggersi. La società dell’epoca, fortemente gerarchica, lasciava loro poco spazio: anche quando contribuivano al reddito familiare, restavano in posizione subordinata. Esporsi, protestare, non era semplice, era più sicuro adattarsi, restare in silenzio. «Dove andavi, se ti opponevi?» ricordano. Era una condizione diffusa nelle comunità contadine del primo Novecento, dove la divisione dei ruoli era netta e le occasioni di autonomia femminile limitate. Ma qualcosa stava, forse, cominciando a cambiare.
SOGNI, SACRIFICI, MEMORIA
Restano le loro parole, semplici e umili. Non parlano di rivendicazioni, ma di fatiche, di affetti lasciati a casa, di paure e speranze. Di nostalgia, ma non nostalgia del sudore. Nei ricordi affiora un misto di malinconia e orgoglio, i sacrifici hanno dato da vivere alle famiglie e insegnato che anche da una valle chiusa si poteva guardare oltre. Oggi, quelle voci centenarie sono l’ultima possibilità di custodire una memoria subalterna, un’eredità silenziosa che illumina anche con la loro luce processi più ampi: trasformazione della società montana, ruolo delle donne, rapporto tra marginalità e modernità.
I PASSI RIMASTI
La storia delle ambulanti della Valcellina non è una storia di grandi nomi, ma di donne comuni. Donne che hanno retto il peso della povertà, sfidato la strada e portato a casa non solo guadagni ma anche sguardi nuovi. Restituire oggi le loro voci significa riconoscere che la memoria storica non si costruisce solo con i protagonisti ufficiali, ma anche con queste presenze rimaste a lungo invisibili. In quei carretti spinti fora pal mont c’era non solo sopravvivenza, ma anche una forma discreta e ostinata di libertà.
LE TESTIMONI
Luigia, Cimolais, classe 1925. Partiva a piedi da Cimolais e arrivava fino a Pula. Distanza circa 270Km.
«Faticoso? Altro che faticoso.»
Vittoria, Erto, classe 1932. Partiva a piedi da Erto con la sorelle e arrivava fino a Rovigo. Distanza circa 185Km.
«Prima ero povera, ma oggi sono una Signora. E quando ero piccina mi dicevo, difenderò la mia famiglia con la stessa forza con cui certe donne… spingevano il carretto, ecco»
Luciana, Claut, classe 1934. Partiva a piedi a dieci anni e arrivava fino a Verona. Distanza circa 200Km.
«Partivamo da Cimolais a piedi e arrivavamo fino in Piemonte. E poi a casa. Ho fatto una vita avanti e indietro, un po’ tutta così.»
Teresa, Cimolais, classe 1933. Partiva a piedi da Cimolais e arrivava in Piemonte. Distanza circa 500Km.
«Ero molto brava a vendere. E se trovavo in giro un bel vestito, me lo compravo e lo portavo qua. Me lo invidiavano tutte.»
Carolina, Claut, classe 1935. Partiva a piedi da Claut e arrivava fino ai confini con la Slovenia. Circa 120Km.
«Gli uomini erano solo capaci a comandare, le donne erano schiave!»
Fiorina, Claut, classe 1930. Partiva a piedi da Claut e arrivava fino a Valdobbiadene. Distanza circa 90Km.