Note di regia di "Ravone"
La sera del 19 ottobre 2024, a Bologna, si è verificata una forte alluvione. Diversi torrenti, tra cui il Ravone, sono esondati allagando strade e abitazioni. Due donne hanno rischiato di morire annegate e si è temuto per l’incolumità di una neonata. Il quartiere dove vivo ha subito danni ingenti, molte persone hanno perso tutto quello che c’è di caro e utile all’interno delle case e dei luoghi di lavoro.
La notte dell'inondazione mi trovavo in Brasile. Sono tornata a Bologna pochi giorni dopo e ho iniziato a raccogliere immagini e testimonianze, con il pudore necessario quando ci si avvicina a persone che hanno appena vissuto un trauma.
Il documentario è nato dall’urgenza di raccontare un evento senza precedenti nella storia recente della città, diventando così uno strumento di memoria collettiva.
Il film si apre con Dino, un contadino che ha vissuto tutta la vita sulle sponde del Ravone. Con lui attraversiamo la valle del torrente, tra colline oggi in stato di abbandono e tracce di un paesaggio un tempo coltivato e presidiato. Il suo percorso si conclude all’ingresso della tombatura in cemento, dove il Ravone scompare sotto la città.
In seguito lo sguardo si sofferma sugli oggetti sfigurati, sui luoghi svuotati e silenziosi, sui dettagli che attivano un’emozione o un’identificazione. I tempi filmici sono lenti, come i tempi interiori di elaborazione di una tragedia, di un lutto, dove non occorrono troppe parole.
Le interviste frontali ai cittadini colpiti restituiscono le conseguenze più invisibili dell'alluvione: la paura, il senso di impotenza, il timore che tutto possa accadere di nuovo. Dalle loro parole emerge come la casa abbia perso il suo significato di rifugio.
Nel film diversi archivi si intrecciano alla narrazione. Immagini fotografiche raccontano le colline della valle del Ravone coltivate e curate fino agli anni ’60. Una pellicola Super 8 privata evoca una natura fiabesca ormai scomparsa. Altri materiali filmici e fotografici mostrano i flussi d’acqua, che attraversano la città, come risorsa, prima delle grandi trasformazioni urbanistiche del secondo dopoguerra. Alle immagini storiche si affiancano quelle dei cittadini riprese durante la notte del 19 ottobre, frammenti diretti dell’emergenza. Il film si chiude su un ultimo materiale d’archivio legato alle colline. Questi archivi non ricostruiscono soltanto il passato, ma dialogano con il presente e con le testimonianze, lasciando affiorare, poco alla volta, ciò che resta dopo un'alluvione.
Giuliana Fantoni