Note di regia di "Aldo"
La storia nasce da una scena che io, in quanto nato e cresciuto in Sicilia, ho immaginato senza troppe difficoltà: Aldo ha 9 anni, sono le cinque del mattino, la polizia sveglia lui e la sua famiglia con un gran fracasso irrompendo in casa. Aldo non capisce niente di quello che succede, vede solo suo padre trascinato via dalla sua vita per sempre. Dopo qualche mese Aldo è in macchina con suo fratello più grande, devono andare in carcere a fare visita al padre. Prima hanno appuntamento con certe persone che vogliono far recapitare qualcosa al padre in galera. L’appuntamento si rivela un’imboscata: il fratello di Aldo viene ucciso. Gli sparano alle gambe, poi lo incaprettano, si avvicinano ad Aldo e gli dicono che se non fa il bravo anche a lui toccherà la stessa sorte. Completano l’opera sparando in testa al fratello. Quanta forza deve avere un bambino per non trasformarsi in un delinquente dopo aver vissuto tali esperienze? Aldo questa forza non ce l’ha e individua in Dio la causa delle sue sofferenze. Decide allora di lanciargli una sfida: vuole fare tutto quanto gli è possibile per farlo scendere al suo cospetto. Vuole piegare Dio al suo volere. Aldo entra in Cosa Nostra pienamente consapevole del suo gesto. Individua nel boss locale, Zio Tony, una nuova figura paterna. Lo Zio Tony è sul finire dei suoi giorni, ma come tutti i boss non molla il suo potere per niente al mondo e vede in Aldo un possibile erede. Lo mette in guardia sui dubbi che avrà per la vita che ha scelto, lo avvisa che dovrà letteralmente “ingoiare” i rimorsi che avrà. Aldo però ha un conto in sospeso, vuole andare fino in fondo, ma ignora il fatto che la logica di Dio non è uguale a quella umana. L’odio è davvero capace di seppellire tutti i buoni sentimenti di Aldo? E soprattutto: si può restare in piedi al cospetto di Dio?
Riccardo Vinciguerra