Note di regia de "La Sobrietà"
La sobrietà di sobrio non ha nulla. È un film registicamente facile da interpretare: per la sua natura metacinematografica è una grande n ota di regia. L’idea proviene da tre input creativi: raccontare in modo iperbolico una parte del mondo del cinema e dinamiche che ho osserv ato e vissuto in prima persona, esplorare senza pormi limiti alcune “ biodiversità ” umane nella loro natura ipertrofica e crearmi l'opportunità di realizzare un manifesto libero, visivo e contenutistico, del mio linguaggio. In un primo momento la storia nasceva con una struttura più tradizionale poi, data la totale libertà produttiva e indipendente, la narrazione ha preso una piega indomita che ha virato verso l’impostazione del mockumentary. Da una parte, è una storia che racconta la manipolazione e la fragilità di alcuni ambienti, dall'altra, in senso più ampio, la dicotomia tra finto r ealismo (sempre più preponderante nell'era dei social) e la fantasia, quella classica, sana, sfrenata. È quella, a mio parere, che ha il vero potere di far crollare il confine tra verità e finzione. Da regista “controllatore” mi sono ritrovato controllato dalla mia stessa fantasia, quella più selvaggia e adolescenziale. È stato catartico e liberatorio. Che bella parola e che bel concetto quello della “sobrietà”! Ispira una sensazione pacificante di fiducia. Per alcuni è la chiave del successo commerciale e anche della bravura attoriale, come viene sotteso nel film. È una parola che presagisce storie equilibrate e compiacenti, personaggi rassicuranti, una rappresentazione realist ica e misurata. In questa storia non c'è nulla di tutto questo. Il titolo del fil m contraddice in toto ciò che si vede. D’altra parte noi animali sociali molto spesso parliamo e operiamo in modo diametralmente opposto alla direzioni dei nostri pensieri. Il mio gusto non è sobrio. Si muove ve rso l'universo dell'insolito e del grottesco perché è ciò che mi affascina di noi esseri umani, quando e soprattutto il nostro tentativo è quello di apparire vincenti, coerenti e socialmente integrati: “sobri”. Il grottesco, invece, mi sembra l’aspetto più vero che abbiamo, ma anche , forse, quello di cui abbiamo più timore. È un film corale, di espressionismo plurale, i personaggi hanno identità talmente marcate da risultare co nfuse, provenienze sfumate, lingue inventate. È stato difficile assegnare un genere: il caso noir in chiave ironica lo rende u na commedia nera, la tecnica lo traghetta nel mondo del finto documentario (senza distinzione fotografica tra “docu” e fiction) , l'atmosfera allucinatoria può sviare verso il surrealismo. Eppure sarei tentato di definirlo un film realista. Più verosimilmente è un film camp . La frammentazione è la caratteristica strutturale che definisce la storia, una chiave estetica necessaria per questo film che ho montato in prima pe rsona. L'artificio di finzione c'è e si vede, e rifugge dal naturalismo dell'immagine pur a. In questo senso preferisco l'inverosimile dichiarato all'imitazione di ciò che ci circonda. C'è una preponderanza dell'universo femminile, un mix di iconografie che mi sono care, e che , per mia natura , mi viene da rappresentare sempre nella cornice dei sud del mondo, quella euromediterranea, dai rituali meridionali, dagli scenari mitici e decadenti, contrastanti e difettosi. C'è la mia pugliesità e il tropicalismo, più effetto che causa. Insomma registicamente c’è poco mistero: nel film è chiara la mia estetica e la mia visione, quella che ho sul cinema , sui metod i e su alcune figure e dinamiche del settore . La sobrietà, per me, è un film pazzo e sincero, esplicitamente molto personale, una dichiarazione d'intenti.
Carlo Fenizi