FESCAAAL 35 - Sadat: "Una rom-com politica in Afghanistan"
Dopo aver inaugurato l'edizione 2026 della Berlinale, “No good men” di
Shahrbanoo Sadat è stato scelto anche per aprire a Milano la nuova edizione del
FESCAAAL: la giovane regista afghana era presente per incontrare il pubblico italiano. L'abbiamo intervistata.
Hai definito questo film una rom-com politica, cosa vuoi dire?
Forse può sembrare strana come definizione, ma non lo è per me. Mi sembra davvero organica, perché volevo fare un film più leggero ma legato alla storia dell'Afghanistan.
Quando ho avuto l'idea avevo ancora una vita a Kabul, era il 2020, all'inizio dell'anno, prima della pandemia, e volevo fare una storia d'amore che avveniva in quel momento nella mia città.
Avevo già fatto due altri film, ma entrambi realizzati nel passato, stavo usando Facebook come fosse un piccolo blog: scrivevo della mia vita quotidiana, cosa mi succedeva durante la giornata, e ho capito che stavo un po' già lavorando con l'idea di fare un film su una donna come me e la sua vita quotidiana. Avevo capito che la mia vita era una sorta di commedia: incontravo persone diverse, ero una donna con un lavoro, vivevo nel centro di Kabul, avevo un po' di libertà e la libertà è una sorta di privilegio, molte altre donne non ce l'avevano. Ho pensato: se scrivo qualcosa sulla vita di una donna come me che effetto farà?
Tutti i film che ho guardato nella mia vita sull'Afghanistan erano pensati dal punto di vista occidentale, di chi quindi non conosceva davvero la nostra società ed era attratto solo dalle storie di guerra. Inoltre, la maniera in cui trattavano la guerra mi è sempre sembrato innaturale: in un Paese come in nostro è molto presente, ormai sono 48 anni che è una parte della vita quotidiana e quindi le persone l'hanno integrata, a un punto che non ci interessa quasi più.
L'Afghanistan è come il resto del mondo: volevo scrivere una storia che lo mostrasse come un posto più normale, anche se la guerra è una sua parte. Queste erano le mie ragioni per iniziare il progetto.
E' stato difficile realizzarlo?
Sì.Quando ho iniziato ho capito subito che era molto difficile, perché stavo raccontando la storia degli afghani a un pubblico che non conosce tanto l'Afghanistan.
Dall'inizio ho pensato che avrei dovuto fare una rom-com e che sarebbe stata divertente, ma ho presto capito che è molto difficile mettere umorismo nel tuo film!
Si tratta anche di tradurre una cultura in un'altra, c'erano molti livelli e anche il fatto che molte persone – ho scoperto in quel momento – in Afghanistan non si permettono di ridere. Anche se stanno vedendo una scena e la loro voce interna dice loro che è divertente, loro non ridono perché è come se avessero bisogno di un permesso lasciarsi andare...
Mi è costato molto tempo dover processare tutto questo, poi alla fine quando stavo arrivando al punto ho capito che in ogni caso non era possibile ignorare la guerra. Ho cercato di trovare un equilibrio tra tutto ciò che succedeva politicamente e la vita di routine (l'amore, il romanticismo, la commedia, l'umorismo): nel mio quotidiano facevo amicizie, stavo con il mio ragazzo, andavo in un caffè, lavoravo... e poi c'era un'esplosione e non potevi tornare a casa perché la strada era bloccata e dovevi andare in un'altra direzione. Stavi guardando la televisione da ore, e all'improvviso c'erano cinque attacchi suicidi e morivano cento persone... è una cosa importante, certo, ma tu devi passare al giorno successivo, in cui magari scopri che un tuo amico è stato ucciso, e tutto si mescola.
Ho la sensazione che siamo la nazione che siamo grazie a questa sovrapposizione, penso che la commedia sia molto adatta alla storia dell'Afghanistan, ma non avevo una base per farlo... ora ce l'ho!
Nel film sei anche per la prima volta attrice: quando hai scelto di diventarlo?
Il primo giorno di riprese. Ti spiego meglio.
Ho scritto il film con Anwar Hashimi, che interpreta il ruolo di Qodrat ed è mio amico da molto tempo. Noi ci eravamo incontrati perché lui era un giornalista nella tv in cui lavoravo, anche se non abbiamo mai lavorato insieme (non ero addetta alle riprese come il mio personaggio nel film, ero una produttrice). Ci siamo incontrati durante una pausa e mi ha raccontato la sua storia, io ero molto giovane, avevo 19 anni, avevo fatto solo un cortometraggio a quei tempi.
Lui stava scrivendo la storia della sua vita, scriveva otto pagine al giorno: con mia sorpresa è riuscito a concludere il suo progetto, in un anno ha collezionato 800 pagine e ho pensato fosse fantastico, non sapevo che potesse scrivere così bene, credo che non lo sapesse neanche lui.
Ci siamo capiti subito benissimo e io ho deciso di farne cinque film: sono già al terzo, con questo, anche se lui non era certo ci sarei riuscita.
Quando stavo pensando a questo film ho sognato che ci dovesse essere un bacio, sarebbe stato il primo bacio nella storia cinematografica dell'Afghanistan, e senza pensarci davvero ho immaginato che a darcelo sullo schermo saremmo stati noi due, e così saremmo stati nella storia, per sempre.
Sapevo già che lui avrebbe interpretato Qodrat, ma per il ruolo di Naru ho iniziato a fare casting nel 2021, poi il Paese è collassato con il ritorno dei talebani e la mia vita è cambiata, sono tornata in Europa e ho dovuto iniziare da capo.
Ho incontrato una cantante afghana che viveva in Norvegia e mi sono innamorata di lei perché è bellissima e ha una bellissima voce, pensavo che potesse adattarsi molto bene a Naru, era molto tenera ma allo stesso tempo molto profonda, pensavo che sarebbe stata perfetta e per due anni abbiamo lavorato insieme. L'ho invitata ad Amburgo, lei e Anwar hanno letto il copione insieme, potevo vedere che c'era una chimica tra loro, funzionava molto bene.
E come mai non è nel film?
Un giorno è venuta a Berlino durante la pre-produzione e all'improvviso ha cambiato idea, non mi è mai stato chiaro cosa sia successo... Pensavo che lei fosse una Naru perfetta, ma forse non era convinta e quando le cose si stavano avvicinavando si è spaventata ed è tornata indietro, non mi ha spiegato perché, mi ha mandato un messaggio dicendo che non poteva farlo tre settimane prima delle riprese!
Ho pensato: ora cosa facciamo? Sapevo che il ruolo sarebbe stato difficile, non pensavo di essere in grado di trovare qualcun'altro ma abbiamo fatto di nuovo il casting e abbiamo avvisato molte agenzie, ho ricevuto proposte da Europa, America, da ovunque.
Il problema era che molte donne che volevano fare il ruolo non volevano fare la scena del bacio (e neanche la scena con il sex toy), perché erano troppo sensibili, e anche se amavano Naru non se la sentivano, non erano pronte.
Quelle che erano pronte, invece, erano della seconda o terza generazione di afghani che vivevano all'estero e non avevano la giusta esperienza del Paese, per me non funzionavano perché non sapevano bene quello che dovevano provare: non si tratta solo di imparare le parole e recitarle, per me è anche un'esperienza da aver vissuto.
In un certo senso era tutto molto comico: da un lato c'ero io che avrei voluto fare solo la scena del bacio e non il resto del film, dall'altro lato c'erano le attrici che volevano fare il film ma non il bacio!
Non potevo eliminarlo, sono stata censurata per tutta la mia vita, dal sistema o dalla mia famiglia o dalla società conservatrice, non volevo censurarmi ora da sola.
Sapevo che se volevo fare una commedia romantica un bacio era necessario, e così è stato. Poi finalmente ho trovato un'altra attrice disponibile, è venuta a Berlino e abbiamo lavorato insieme per una settimana, ero così spaventata che non avrei trovato nessuno... ma l'ultima notte mi sono resa conto che lei non era Naru, era troppo lontana dal personaggio.
L'ho chiamata e mi sono scusata, poi non ho dormito tutta la notte e al mattino ho parlato con la produzione, ho chiesto di dare un'opportunità a me, per uno o due giorni, avremmo visto come andava e se non avesse funzionato avremmo rinviato il film. E' stato divertente perché tutti, il produttore, i membri della troupe, lo stesso Anwar, tutti sapevano da sempre che Naru ero io, non era chiaro solo a me.
E che esperienza è stata?
Abbiamo fatto i primi saluti alla crew e ho annunciato che avrei interpretato io Naru: è stato come se ci fosse una guerra dentro di me, per il doppio ruolo che avevo sul set.
Non avevo ancora nessun costume per il ruolo, ma quando hanno iniziato a prepararmi - molto velocemente perché era inaspettato - ricordo che andavo con il pilota automatico, non so come dire, stavo camminando verso la stanza del trucco e ho incontrato la mia produttrice, Ana, e lei mi ha detto “ciao Naru”. Ho pensato, oh mio Dio, sta succedendo, è vero!
La prima scena era quella in cui incontrano il comandante, è stata la prima che abbiamo fatto: io sono nata in Iran e ho vissuto lì fino all'età di 11 anni, ho subito molto razzismo e quindi l'ho presa molto personalmente.
Sono cresciuta con l'idea di essere sbagliata, sbagliata e mai abbastanza. Aggiungi anche la nostra società patriarcale e credevo davvero di non essere buona, ho sempre queste insicurezze: anche per questo non volevo essere davanti alla camera, finora ero sempre rimasta comodamente seduta dietro, come regista. Lì nessuno può vedermi e ho il potere: quando sono passata davanti alla camera avevo paura di morire perché l'intero mondo avrebbe visto quanto ero orribile...
Quando poi abbiamo fatto la prima scena e sono poi andata a guardare il girato, è stato il momento in cui, per la prima volta, ho incontrato davvero me stessa. Mi sono vista con gli occhi della “mia” regista, ho capito che quella donna non era sbagliata, che era abbastanza, che era imperfetta ma era quello che doveva essere.
Da quel momento, un processo di terapia è iniziato per me, il film mi ha curato cose che non sapevo nemmeno che avevo bisogno di curare! Dopo aver guardato il girato, ho pensato fosse così ovvio. Dovevo essere io. Non è stata una decisione intenzionale, ma sono felice che sia finita così.
E ora cosa ne pensi? Nel futuro sarai un'attrice di nuovo, o è solo una occasione?
Non lo so, in realtà. Penso che sarebbe bello fare un film in cui non sono la regista, potrebbe essere un'esperienza molto interessante.
Dall'altro lato, ciò che mi piace di questa esperienza è che mi ha dato un'altra prospettiva come regista, perché ero anche all'interno, con gli attori, davanti alla camera.
Mi è piaciuto molto ma non lo so, sono molto aperta su questo per il futuro, il ruolo dell'attrice mi piacerebbe sperimentarlo ancora. Ma è una domanda per il futuro.
Da sempre sei molto impegnata per sostenere le donne, nel cinema e non solo.
Ho vissuto in Afghanistan per 20 anni, tra il 2001 e il 2021, esattamente all'epoca della democrazia, durante l'invasione statunitense, quando c'era più libertà. Ma comunque la vita delle donne non era facile, non è mai stata facile nella società afghana, anche per una donna come me, che vivevo nel centro di Kabul, come le donne più fortunate e privilegiate: avevamo comunque un limite alla nostra libertà.
C'era sessismo nella vita di tutti i giorni: ricordo ad esempio che pur essendo in viaggio in tutto il mondo per i miei film, quando il mio passaporto è scaduto mi hanno detto che per averlo di nuovo dovevo ritornare con un uomo (mio padre, o marito o fratello...). C'era questa umiliazione, tutti i giorni.
Per questo, come ho detto, volevo parlare della vita di una donna prima del collasso dell'Afghanistan: quando i talebani sono tornati, cinque anni fa, molti uomini si sono trasferiti, hanno lasciato il Paese, hanno perso i loro lavori, hanno perso la loro famiglia, i loro amici. Per la prima volta tanti uomini afghani hanno vissuto un'ingiustizia: ma le donne hanno sempre subito questa realtà. Tutti i giorni, ogni giorno. Questo è solo un nuovo livello, per noi donne.
Ho capito che dovevo usare la mia voce, urlando quasi le mie convinzioni, scrivendo questo film e in generale dando spazio alle donne afghane, alla loro realtà: in tante ancora oggi non possono fare nulla senza il permesso degli uomini, è inaccettabile e voglio fare la mia parte.
28/03/2026, 08:25
Carlo Griseri