BIF&ST 17 - Su Maistu: intervista a Gianfranco Cabiddu
Vincitore al Bif&st 17 come Miglior Film nella sezione “Per il Cinema Italiano” il documentario
“Su Maistu” di Gianfranco Cabiddu, un documentario biografico dedicato a Luigi Lai, novantatreenne e massimo interprete vivente delle launeddas, antico strumento sardo riconosciuto dall’UNESCO. Il film ripercorre la sua vita, dall’infanzia in Sardegna all’emigrazione in Svizzera, fino al ritorno nell’isola e al ruolo decisivo nel salvare e diffondere nel mondo l’arte delle launeddas. Un viaggio tra memoria e musica che attraversa festival e teatri internazionali, mettendo in dialogo tradizione e sperimentazione contemporanea attraverso l’incontro con grandi artisti della scena mondiale. Abbiamo incontrato il regista per approfondire la genesi del progetto e il significato di questo racconto.
Da sardo, raccontare Luigi Lai: che cosa ha significato per lei?
“Ha significato innanzitutto un dovere e un gesto d’amore. Conosco Luigi da quando ero ragazzo e il suo modo di suonare mi ha sempre colpito profondamente. Nel tempo abbiamo anche lavorato insieme, portando in giro per il mondo un progetto di cinema muto accompagnato da musicisti sardi. Da lì è nato il desiderio di raccontare la sua vita, non solo per la sua grandezza artistica, ma anche per il suo esempio umano. Volevo restituire soprattutto ai giovani il rigore necessario per affrontare una tradizione: il passaggio tra maestro e allievo è anche un passaggio di valori, di atteggiamenti verso il mondo”.
Nel film emerge un forte dialogo con musicisti internazionali. Quanto è importante questo aspetto?
“È fondamentale. Luigi non è un musicista folklorico: è un grande artista che incontra altri artisti sullo stesso piano. Che si tratti di jazzisti, musicisti classici o tradizionali, il terreno comune è la musica. Questi incontri funzionano perché c’è apertura: bisogna mettere da parte l’ego ed essere pronti ad accogliere l’altro. Luigi ha una capacità straordinaria di entrare in relazione, di toccare le persone, spesso anche inconsapevolmente”.
Come si spiega il successo internazionale di una musica così radicata nella tradizione?
“Credo che oggi la musica vada sempre più verso una dimensione universale. Quando musicisti con una forte identità si incontrano, è come una festa: ognuno porta ciò che sa fare meglio e lo condivide. Luigi incarna perfettamente questo spirito. Non si sente inferiore a nessuno, ma allo stesso tempo è aperto agli stimoli degli altri. È qualcosa di estremamente moderno: dialogare con culture diverse mantenendo la propria identità”.
Il documentario insiste molto sul valore della tradizione. Che cosa significa davvero trasmetterla?
“La tradizione non è qualcosa che si può imparare meccanicamente o su internet. Non basta la tecnica: è un canto che deve partire dallo stomaco, devi interiorizzarlo fino a farlo diventare parte di te. Solo a quel punto può uscire in modo autentico. È proprio questo che rende difficile trasmetterla, ma anche incredibilmente viva”.
La vita di Luigi Lai sembra segnata da una sorta di destino.
“Sì, è come se fosse stato predestinato. Ha lasciato la Sardegna per evitare una vita già scritta, quella del minatore, e ha scelto di emigrare, facendo altri mestieri ma continuando a suonare. Paradossalmente, è stato proprio l’allontanamento dall’isola a fargli capire il valore delle launeddas. In quel contesto ha trovato la forza di dedicarsi ancora di più a questo strumento, contribuendo a salvarlo”.
Il film è stato realizzato in un lungo arco di tempo. Quanto ha inciso questo processo?
“Moltissimo. Non volevamo fare un prodotto, ma trovare il tempo giusto per seguire Luigi nella sua vita reale. Ci sono voluti otto anni. Abbiamo viaggiato con lui, documentando esperienze importanti: festival internazionali, incontri, masterclass. A un certo punto abbiamo anche deciso di rifare alcune parti in lingua sarda, perché la lingua stessa è musica e parte integrante del racconto”.
Che cosa ha scoperto dell’uomo, oltre che dell’artista?
“La sua incredibile capacità di entrare in relazione con il mondo. Io non lo vedo come un musicista folk, ma come un musicista universale, con alle spalle una tradizione millenaria che arriva fino a oggi. Quando una tradizione è autentica e viene interpretata da un artista geniale, non è più folklore: diventa musica del mondo”.
Che futuro vede per il documentario?
“Il documentario non è mai morto. Forse è stato meno visibile per ragioni commerciali, ma oggi più che mai offre un rapporto diretto con la realtà. A differenza del cinema mainstream, permette di esplorare liberamente e di restituire verità. Credo che soprattutto i giovani abbiano bisogno di questo. E quando riesce a essere universale, il documentario ha la stessa forza e dignità di un grande film”.
“Su Maistu” è una produzione Clipper Media in associazione con Associazione Culturale Backstage.
28/03/2026, 14:03
Caterina Sabato