Note di regia di "Corpus et Vulnus"
Corpus et Vulnus nasce da una necessità: togliere l’opera dalla distanza e portarla in una condizione di contatto. Non filmare l’arte, ma entrare in un sistema che reagisce, che cambia stato mentre lo si attraversa. La scelta del macro non è estetica. È una presa di posizione. Riduce il margine di sicurezza dello sguardo, elimina la visione d’insieme e costringe a stare dentro la materia. A quella distanza, ogni superficie diventa instabile, ogni dettaglio è già trasformazione.Il film rifiuta una struttura narrativa tradizionale. Non costruisce una progressione per spiegare, ma lascia che sia il tempo-reale, continuo, a incidere sulle immagini. Il montaggio non organizza: espone. Tiene aperte le variazioni, le micro-mutazioni, le derive.Gli “Organismi Artistico-Comunicanti” non sono metafore. Sono dispositivi reali, sensibili alle condizioni ambientali. Luce, umidità, temperatura, contatto umano: ogni variazione modifica il loro comportamento. Il film non documenta questo processo: ne è parte. La presenza della camera è già un intervento. Il suono lavora nello stesso senso. Non accompagna, non commenta. Registra attriti, densità, interruzioni. Costruisce una soglia percettiva che avvicina lo spettatore fino a farlo entrare in un regime quasi tattile.La vulnerabilità non viene tematizzata. Non è dichiarata. È qualcosa che accade quando un sistema non può più mantenere il proprio equilibrio iniziale. Quando si espone, quando assorbe, quando si lascia modificare. Questo film prova a stare in quel punto: dove la forma non è ancora stabilizzata e non può più tornare indietro.
Sergio Mario Illuminato