Note di regia di "Dino Zoff - Volevo Solo Fare Bene il Mio Lavoro"
Ci sono figure che sembrano appartenere a un tempo diverso, più lento, più silenzioso. Dino Zoff è una di quelle. Per me, raccontare la sua storia non è stato un atto celebrativo, ma una ricerca. Un inseguimento paziente di qualcosa che sfugge alle urla e alla fretta: la sostanza discreta di un uomo che ha fatto della misura una forma di grandezza.
Questa docufiction è nata da una lunga serie di incontri, ma soprattutto da un ascolto profondo. Ascoltare Dino Zoff – la sua voce bassa, essenziale, le sue pause che dicono più delle parole – è stato come entrare in una casa dove tutto è al proprio posto, dove ogni oggetto ha un significato, ma nessuno si mette in mostra.
Ho scelto di seguirlo in un viaggio a ritroso, come se tornare indietro fosse l’unico modo per capire davvero. Mariano del Friuli, il paese natale, è molto più che un punto di partenza: è una radice che non ha mai smesso di tenerlo ancorato a terra, anche quando volava tra i pali. Napoli, con il suo calore e la sua passione, e Torino, con la sua disciplina, non sono solo città di calcio, ma tappe interiori. Luoghi che parlano, nel silenzio di Zoff, della formazione di un carattere.
In questo percorso la scelta del punto di vista narrativo della fiction è stato fondamentale e fortemente identitario: la storia cioè di Luca – Javier Leoni –, un ragazzo di tredici anni che gioca in porta e si sente in crisi e il rapporto con il suo allenatore – Marco Bocci – che per aiutarlo nel suo percorso di crescita non solo sportivo gli racconta la storia di Dino Zoff, del portiere ma anche dell’uomo. Percorso che porterà il tredicenne a incontrare di persona Zoff e a seguire i suoi consigli diretti.
La ricerca di repertorio è stata un capitolo a parte. Straordinaria per quantità, qualità e profondità. Non si è trattato solo di trovare immagini, ma di farle risuonare con ciò che Zoff racconta, come specchi della memoria. Immagini spesso rare che hanno ritrovato qui una nuova vita, intrecciandosi alla narrazione come fili silenziosi.
La macchina da presa è sempre stata vicina, quasi discreta ma presente. Attaccata al volto di Zoff, così come a quelli dei suoi compagni, degli amici, degli intervistati che – più che parlare di lui – parlano con lui, con l’uomo prima che con il campione. L’intimità visiva è stata per me una forma di rispetto: nessuna distanza, ma nemmeno invasione. Solo prossimità, ascolto, verità.
Ho incontrato tanti testimoni: ex compagni, giornalisti, scrittori, amici. E tra tutti, Francesco De Gregori, che ha saputo cantare l’Italia e i suoi eroi con la stessa sobrietà che ho cercato in questa docu fiction. Le loro voci non servono a spiegare, ma a illuminare. Sono echi che aiutano a capire un uomo che non ha mai avuto bisogno di alzare la voce per farsi ascoltare. Non c’è retorica in questa storia. Non c’è nostalgia forzata. C’è piuttosto il desiderio di fermare il tempo, di attraversarlo al contrario per scoprire cosa resta davvero. E quello che resta – alla fine del viaggio – è l’eleganza della compostezza, la forza tranquilla dell’essere sé stessi, sempre.
Giovanni Filippetto