Note di regia di "Bianca"
Con BIANCA cerco di raccontare la fragilità di una giovane coppia che sta affrontando un momento delicato dovuto alla loro incomunicabilità, mostrando la distanza dei protagonisti e della loro incapacità di incontro nonostante gli spazi chiusi in cui si trovano, come quando si trovano all’interno delle proprie mura di casa, in auto o nella sala d’attesa della stazione. “La solitudine è la mancanza di parole intorno a noi”; riflettendo sul pensiero di Michelangelo Antonioni ho cercato di tratteggiare l’alienazione della protagonista che, in mancanza di una reazione da parte del compagno, si isola nel proprio inconscio frammentato da ricordi e sensazioni di disagio. Martina, la protagonista, troverà conforto solo nel finale con un gesto di allontanamento verso l’esterno che si fa liberazione, permettendo così a sé stessa e al compagno di ritrovarsi. Nella narrazione del presente, lo sguardo della camera si aggira composto all’interno degli ambienti, mantenendo una distanza asettica e calcolata, in modo tale da mostrare la tensione fra i protagonisti attraverso i loro tempi e silenzi. Durante invece le sequenze oniriche ho accentuato l’inquietudine dell’immagine utilizzando uno sguardo di camera più frammentato pur rispettando una coerenza di stile con il resto della narrazione. Di ispirazione per BIANCA è stata l’incomunicabilità dei personaggi e le geometrie degli spazi nel cinema del già citato Antonioni (L’eclisse, La notte) mentre per le sequenze oniriche e introspettive della protagonista il cinema di David Lynch (Inland Empire) e Lars Von Trier (Melancholia, Antichrist) è stato un importante riferimento. Il titolo suggerisce l’identità della bambina sotto l’albero come una sorta di giovane ninfa mitologica, nella cui ciotola viene scandita l’alterazione della purezza rappresentata dal latte.
Amedeo Sartori