MARATEALE 18 - Il festival dedica un ricordo
al critico e sceneggiatore Enzo Ungari
Più che “un amatore di film di provincia” come riporta il titolo di un suo libro del 1978,
Enzo Ungari fu “un mangiatore di film” convinto che si ha il diritto di parlare e scrivere di cinema solo a condizione che si è “profondamente innamorati, di un amore appassionato e dipendente senza il quale è impossibile vivere”. Nato a La Spezia, morì a soli trentasette anni nel 1985 lasciando libri, articoli, idee ed un immaginario su cui si sono formati critici ed organizzatori di festival di generazioni successive. Animatore negli anni settanta con il critico Adriano Aprà della storico cineclub “Filmstudio 70”, ideatore, sempre a Roma, delle estive “Notti di Massenzio” sotto l’assessorato dell’architetto Renato Nicolini, il suo nome, però, si legò principalmente al rilancio del Festival di Venezia negli anni che vanno dal 1979 al 1982. Enzo Ungari del direttore Carlo Lizzani fu il braccio destro, e grazie alla sua visionarietà la Mostra sembrò cambiare pelle, affermandosi in una vetrina che superava la netta divisione fra cinema d’autore e cinema popolare. Un entusiasmo particolare, inoltre, suscitò, specie tra un pubblico più giovane, la sezione “Mezzogiorno mezzanotte” attraverso cui lo spericolato critico riuscì ad imporre sì una proposta filmica spettacolare ma, allo stesso tempo, pensata per catturare la curiosità di uno spettatore meno incline a visioni più mondane. Per Adriano Aprà (scomparso lo scorso anno) la cinefilia di Enzo Ungari non fu soltanto amore per la settima arte, ma rappresentava "
politica degli autori, selezione critica di valori da opporre ad altri valori, presa di posizione morale, difesa e lotta di classe".
Per il critico spezzino - a cui sarà dedicato un ricordo il 24 luglio 2026 durante “Rivello in Corto”, rassegna sul formato breve promossa nel corso del
Festival Internazionale Marateale> (Maratea 20-25 luglio) - il cinema è una fede laica che deve favorire ed allargare la conoscenza del mondo, introdurre all’universo della cultura e del sapere. Nella luce e nelle ombre dello schermo Ungari vedeva accendersi un punto di vista, un pensiero di mondo per il mondo, mentre attribuiva l’etichetta di “spettatore classico della sala” solo a chi "si abbandona al sogno del cinema sapendo che alla fine dell’avventura avrà un dolce risveglio. Non gradisce che il suo stato venga interrotto, e questa è la principale differenza dallo spettatore televisivo, che accorda alle immagini un’attenzione intermittente e distratta, e le usa come certi usano la musica, da sottofondo". "Al cinema" - aggiungeva Ungari - "lo spettatore classico non si accontenta del movimento opposto: tutto ciò che non è film non può resistere nemmeno come sfondo, deve sparire nel buio, essere cancellato". Non solo recensore (collaborò pure per gli amati “Cahiers du Cinéma”) , inventore di festival e teorico che insegnò (senza volerlo) a guardare, a cogliere la verità e la morale di un film contro ogni facile seduzione, Enzo Ungari scrisse saggi sul cinema di Andy Warhol e Bernardo Bertolucci con il quale lavorò pure alla sceneggiatura de “L’ultimo imperatore” (1987) di cui, purtroppo, a seguito della precoce scomparsa non poté godersi la conquista dei nove oscar . Altri suoi copioni vennero redatti per “Le cinque giornate” (1973) di Dario Argento, “Oggetti smarriti” (1980) di Giuseppe Bertolucci ed “Io con te non ci sto” (1983) di Gianni Amico. Per la televisione, invece, partecipò alla stesura dei dialoghi dello sceneggiato seguito da quasi venti milioni di spettatori “Ho incontrato un’ombra” (1974) di Daniele D’Anza. Ad Enzo Ungari nel 1986 Jim Jarmusch dedicherà quella sorprendente ed esplosiva pellicola di stili, generi e toni che si rivelerà “Daunbailò” con protagonisti Tom Waits e Roberto Benigni.
11/07/2026, 16:58