DACIA, VITA MIA. DIALOGHI GIAPPONESI - La donna dietro l’opera
Ottant'anni di vita raccolti in ottantacinque minuti di film, e a reggerli una lingua: il giapponese, appreso da bambina prima ancora dell'italiano. È da qui che muove
Dacia, Vita Mia. Dialoghi giapponesi, il documentario scritto e diretto da
Izumi Chiaraluce, regista e artista visiva italo-giapponese, presentato in anteprima mondiale nella sezione Freestyle Arts della Festa del Cinema di Roma nell'ottobre 2025.
Prodotto da Michelangelo Film, Luce Cinecittà e Rai Documentari in coproduzione con AURA Film, il film porta nel titolo il libro di memorie
giapponesi di Maraini,
Vita Mia (Rizzoli), l'espressione con cui, da bambina prigioniera, la scrittrice reclamava per sé l'unica cosa che le restava quando tutto il resto – la casa, la lingua quotidiana, la libertà – le era stato tolto.
A partire dall'infanzia trascorsa in Giappone, dove Dacia arriva prima dei due anni al seguito del padre
Fosco Maraini, antropologo e fotografo, e vive per otto anni, si ripercorrono gli anni felici fino a quel tragico 1943, quando, dopo l'armistizio dell'8 settembre, ai cittadini italiani residenti in Giappone venne chiesto di giurare fedeltà alla neonata Repubblica di Salò. Fosco e la moglie
Topazia Alliata rifiutarono, e l'intera famiglia venne per questo internata in un campo di concentramento a Nagoya, dove restò per circa due anni tra fame, malattie e freddo.
Qui, di fronte al progressivo deperimento delle figlie, Fosco, che conosceva bene gli usi giapponesi, arrivò persino a mettere in atto un rituale samurai noto come yubikiri, il taglio del dito. Un gesto che, nella tradizione a cui si ispirava, creò per le guardie una sorta di obbligo morale nei suoi confronti, e che determinò la salvezza della famiglia. Per Dacia un atto di coraggio tale da caratterizzare poi per sempre il suo rapporto con la cultura giapponese. È infatti nella distinzione tra cultura e regime che Maraini si è sempre riconosciuta, nella differenza tra popolo e aguzzini che ha attraversato intatta tutta la sua opera successiva.
Sul piano registico, Chiaraluce evita la struttura cronologica lineare tipica del biopic documentario, preferendo un montaggio associativo che procede per accostamenti tematici più che per successione di date. Maraini ripercorre in prima persona le tappe della propria vita, diventando la colonna portante attorno a cui si dispone un materiale visivo estremamente eterogeneo: fotografie dell'archivio personale della scrittrice e del padre Fosco, filmati in Super 8, materiali di repertorio conservati dall'AAMOD (Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico), che ha sostenuto la produzione, e disegni originali realizzati dalla regista.
L'alternanza tra registri, anziché frammentare il racconto, ne accentua la
texture memoriale: l'effetto ricercato è la resa visiva del modo in cui il ricordo funziona per accumulo e ritorno. A completare il quadro sono le testimonianze di chi ha conosciuto o studiato Maraini: i registi
Giuseppe Tornatore, Liliana Cavani e Roberto Faenza, che diresse la trasposizione cinematografica de
La lunga vita di Marianna Ucrìa insieme alla produttrice Elda Ferri; il giapponesista Giorgio Amitrano; gli scrittori Donatella Di Pietrantonio e Paolo Di Paolo.
La donna dietro l’opera, quindi. Un’autrice, Dacia, tradotta in oltre venticinque lingue e vincitrice di premi come il Campiello e lo Strega, diventata poi anche regista capace di portare sullo schermo la stessa libertà sperimentale con cui ha attraversato narrativa e teatro. Colei che, tra le tante, ha coltivato l'amicizia con Pier Paolo Pasolini, con cui condivise sceneggiature, la casa di Sabaudia e una decina di viaggi in Africa, alcuni al fianco anche di Maria Callas, restituita come figura fragile, lontana dall'immagine divistica corrente. In sequenza, frammenti ricorrenti ritraggono Maraini al fianco di Alberto Moravia, compagno di vita per circa vent'anni, di cui la scrittrice conserva il ricordo di un uomo intellettualmente vitale e insolitamente rispettoso, per l'epoca, della personalità femminile.
In sintesi, nell’alternanza tra testimonianze e immagini d'archivio, un documentario che restituisce non solo la scrittrice e la regista, ma la persona che le ha precedute entrambe.
26/07/2026, 08:18
Olivia Fanfani