CLOROFILLA FILM FESTIVAL 25 - “Muzungu
Sweets": Eco-attivisti in Uganda
“
Muzungu sweets” è un cortometraggio-documentario di circa 30 minuti del 2026, diretto da Matteo Carosi e Caterina De Angelis. Nato dal viaggio dei due registi ed eco-attivisti in Uganda, il film si presenta come un’opera profondamente politica, capace di interrogarsi non solo sulle conseguenze del colonialismo passato, ma anche sulle sue possibili trasformazioni contemporanee, soprattutto nei rapporti tra tutela ambientale, crisi climatica e comunità locali.
Il titolo richiama un’espressione utilizzata in alcune zone dell’Africa, soprattutto dai bambini quando incontrano una persona bianca: “
Muzungu Sweets” significa letteralmente “bianco/a, mi dai delle caramelle?”. Il termine muzungu, però, non indica semplicemente una persona dalla pelle bianca, ma più in generale chiunque non abbia la pelle color ebano. Nel corso del documentario questa parola assume un significato più ampio: il corpo bianco diventa un simbolo storico di potere, di privilegio e di una relazione ancora segnata da squilibri profondi.
Il film parte da un presupposto interessante: i due inizialmente affrontano il viaggio con l’intenzione di esplorare questioni ambientali e dinamiche legate alla conservazione della natura. Ma progressivamente si trovano costretti a mettere in discussione il proprio stesso ruolo. La loro presenza davanti alla telecamera diventa parte del problema che stanno cercando di raccontare.
Questo è uno degli aspetti più interessanti: il documentario non si limita a puntare il dito verso l’esterno, ma coinvolge anche chi filma. I due registi si mettono in discussione, riconoscono il peso della loro posizione e arrivano a interrogarsi sul senso stesso della loro presenza in quei territori. A un certo punto uno dei due afferma: “noi non ci dovremmo stare qui, ogni passo che facciamo è un ripercorrere quella storia coloniale”. Una frase che riassume bene il conflitto centrale del film: raccontare una ferita senza rischiare di riprodurre, anche involontariamente, le dinamiche che l’hanno generata.
Il cuore del documentario sono le testimonianze delle comunità locali, in particolare quelle dei Batwa, popolazioni legate alla foresta e private delle proprie terre ancestrali. Il film mostra una cultura profondamente connessa all’ambiente: i rituali, la musica, le conoscenze sulle erbe medicinali e il rapporto spirituale con il territorio. Sono elementi che restituiscono l’immagine di comunità ben consapevoli della propria storia e delle ingiustizie subite.
Il dolore raccontato è però molto forte. Emergono storie di violenze, torture e uccisioni. Uno dei temi principali affrontati dal documentario è quello della crisi climatica e della cosiddetta conservazione ambientale. Muzungu sweets mette in discussione alcuni progetti definiti “green”, mostrando come in certi casi possano trasformarsi in strumenti di sottrazione dei territori alle comunità che li abitano da generazioni. Secondo alcune testimonianze raccolte nel film, la protezione della natura è stata utilizzata come giustificazione per nuove forme di esclusione: “Siamo stati abusati in nome della conservazione della natura”.
Dal punto di vista cinematografico, l’opera ha un’impostazione molto vicina al reportage amatoriale low budget. Questa scelta dona al film una certa immediatezza e una sensazione di immersione diretta nella realtà raccontata, ma allo stesso tempo evidenzia alcuni limiti tecnici. Diverse inquadrature risultano poco precise, con tagli non sempre curati e occasionali teste fuori campo. La qualità dell’immagine non è sempre alta: alcuni momenti presentano colori sbiaditi, una messa a fuoco incerta e una qualità dello zoom particolarmente bassa. In certi passaggi il linguaggio visivo appare quindi più vicino a un documento di viaggio che a una produzione cinematografica.
“Muzungu sweets” è un documentario interessante perché affronta questioni complesse e poco raccontate, mettendo al centro il rapporto tra ambiente, colonialismo e potere. Alcune affermazioni presenti nel film risultano forse molto nette e rischiano di essere interpretate in modo semplicistico da chi non possiede già conoscenze specifiche sul tema. Tuttavia, proprio la forza delle sue posizioni la rende un’opera capace di stimolare delle riflessioni.
04/08/2026, 10:30
Marta Bello