Note di regia di "Povero Aldo..."
La bellezza di "
Povero Aldo..." riguardandolo dopo mesi di post produzione, a mio parere, è il sorprendente e splendido continuo funzionare di tutto con tutto. Nell’arco di 18 minuti penso che tutti i singoli reparti riescano a splendere ognuno singolarmente e poi tutti
assieme in una visione tanto ipnotica quanto delirante.
Quattro amici stretti di lunga data si scannano a vicenda nell’appartamento del più abbiente di loro in cui da qualche giorno ormai sul muro sta lì appeso un quadro, un Lartigue, un quadro costoso, costosissimo. Questo è un quadro che non vediamo mai dato che tutte le vicende sono osservate dallo spettatore attraverso gli occhi del dipinto, una visione coloratissima del folle appartamento di Aldo. Il quadro però non è un normale quadro, non per il prezzo o per quello che ragura, ma per il fatto che parla, o si potrebbe dire che pensa ad alta voce dato che nessuno dei 4 amici sente i sagaci commenti del dipinto durante tutta la vicenda.
Senza prendere in considerazione il prologo nell’atelier del pittore, l’artista con la provocante modella in una sotta tra i sobborghi parigini di inizio novecento, l’azione principale vive
nell’appartamento di Aldo, un appartamento confuso, arredato dai soldi e dai soldi soltanto, un piccolo microcosmo di stili nell’area di 10 metri quadrati, un attico confuso di una persona confusa. Qui in questo appartamento appeso al muro ci siamo noi, o meglio il quadro, il dipinto, l’oggetto dei desideri, scintilla dell’imminente litigio tra i quattro amici.
Parigi 1921, lo studio di uno stereotipato pittore squinternato e la sua modella prediletta. Esattamente come ci si potrebbe immaginare un appartamento bohémien parigino, l’atelier è arredato in un caos perfettamente coerente con la figura del povero pittore, con il
bucato appeso su un sottile filo da muro a muro, grandi finestre, tele distribuite in maniera quasi omogenea su tutto il pavimento in parquet bucato da tarli grossi come piccioni e il classico sotto bucato da fori grandi come palline da tennis.
Un appartamento più stupido che raro, l’attico di Aldo ostenta ricchezza e ignoranza da tutti i pori, dopo aver ereditato tutto il possibile immaginabile dal ricco demente zio, Aldo si può
permettere oggetti di design terribili quanto costosi, ammassando col tempo una quantità non indierente di mobili e (scusate l’indelicatezza) puttanate. Da antiche armi come lance, spade e pistole di tardo 800 a una sedia a dondolo assolutamente improbabile, fino a un dipinto, un'opera autoriale dal costo importante, quello che il suo commercialista chiama “un sano investimento”. La scenografia crea quindi un tripudio quasi agorafobico di elementi dissonanti che, nonostante le prime apparenze, finiscono per calzare perfettamente in quello che è un ambiente assolutamente finto e perfetto.
Il fitto dialogo lascia diversi spunti per un’approfondita teatralizzazione del tutto, dalla scenografia all’approccio attoriale. Tutta l’azione viene girata senza stacchi, lasciando ai quattro tempo e spazio per scannarsi a vicenda, costantemente osservati dal dipinto, senza interruzioni, senza movimenti di macchina, testimoniando in tempo reale la vicenda svolgersi. I 4 corpi ripresi dal primo piano alla figura intera si azzuano, in un vero e proprio
tableau vivant caotico quanto armonioso. La fotografia quindi si diletta creando un dipinto con punti di luce specificatamente studiati sui movimenti dei singoli attori, con varie evoluzioni che spingono la narrazione a un altro livello di immersione, rendendo lo
spettatore testimone di qualcosa che è tanto caotico e casuale quanto invece studiato e perfettamente calibrato. Quello che "
Povero Aldo..." è riuscito a fare è stato di rendere un film che avrebbe avuto tutti gli elementi per essere troppo, in qualcosa che sembra stia accadendo proprio ora, in questo momento e a cui non avremmo assolutamente nulla da ridire, perchè lo troveremmo plausibile, comico, ma assolutamente possibile e giusto.
Adriano Gardumi