GIORNATE DEGLI AUTORI 23 - "Auber 89": Racconto
sociopolitico e una ricerca antropologica
Sono tre i cardini sui quali si poggia "
Auber 89", documentario che è sia un racconto sociopolitico sia una ricerca antropologica, con un guizzo di vissuto personale e un generoso strato di nostalgia.
Primo: l'enorme quantità di filmati che il regista,
Giuseppe Schillaci, è riuscito a recuperare (un vero lavoro da archeologo dell'audiovisivo tra archivi pubblici e privati) per raccontare il progetto di riqualificazione urbana di un comune della banlieu parigina, Auberville (siamo negli anni Ottanta, più precisamente nell'89, ma le immagini risalgono fino alle prime ricostruzioni degli anni Cinquanta e raggiungono la deriva degli anni Novanta). Questo lato sociopolitico è il cuore della narrazione e ci restituisce il movimento di sindaci parigini comunisti che promossero il senso di comunità, del vivere insieme, del confronto, creando spazi idonei e forgiando una generazione.
Secondo: il regista intravede (in realtà sembra viverle sulla propria pelle) grandi somiglianze tra quelle immagini di uno stile di vita da quartiere di periferia, con aspetti intimi ma soprattutto sociali (incuriosisce e diverte la testimonianza sulla tv di quartiere "Télé Alphonse Joui" ) e la Palermo nella quale è cresciuto. È in questa direzione che il racconto si fa quindi antropologico e a tratti universale.
Terzo: l'incontro con un figlio della Auberville di quegli anni (il 'figlio più famoso'), l'attore
Fatsah Bouyahmed, che, in dialogo continuo con il regista, ricorda, commenta le immagini, analizza, prende le distanze e poi si riavvicina al suo passato. Così entrano in gioco l'empatia e la condivisione, a rendere l'atmosfera più personale, piena di vibrazioni, anche perché - si scopre - Bouyahmed aveva perso la memoria a seguito di un incidente e questo viaggio nei reperti filmici della sua infanzia lo aiuterà a ricordare (snodo narrativo fortunato che arricchisce inevitabilmente il film).
A fare da contenitore e raccordo tra questi tre ingredienti, a ricucire l'insieme, a dare forma estetica, torna, torna e ritorna sempre, un'immagine invasiva (e indimenticabile), una forma geometrica irregolare che riempie lo schermo: si tratta di un scala che si attorciglia nel cuore di un palazzone, la 'méli-mélo' (in italiano: miscuglio) come la chiama Bouyahmed, che nella sua imponente asimmetria e nel suo caos, contiene e simboleggia gli elementi del film e l'intera storia del quartiere.
A fare da collante, una colonna sonora ricca ed evocativa degli anni che ci svela.
10/09/2026, 21:00
Sara Galignano