GIORNATE DEGLI AUTORI 23 - “Il Mestiere”:
Una favola nera originale e distopica
Alla 83ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, nella sezione Notti Veneziane delle Giornate degli Autori, arriva “
Il Mestiere” di
Beppe Tufarulo, un film difficile da incasellare e proprio per questo interessante. Commedia nera, noir, racconto distopico e favola grottesca si mescolano in una storia che parte da un'idea surreale per arrivare, quasi senza accorgersene, a parlare di questioni molto concrete: la povertà, la solitudine, il rapporto tra gli esseri umani e la morte.
Al centro del film c'è Sauro Cantafame, interpretato da un
Luigi Lo Cascio veramente convincente, capace di costruire un personaggio ruvido, apparentemente impermeabile alle emozioni, ma attraversato da una fragilità che emerge poco alla volta. Sauro svolge un lavoro decisamente fuori dall'ordinario: riporta artificialmente in vita i corpi dei defunti, attraverso l'inserimento di un cuore meccanico che continua a pulsare. Non si tratta, però, di una fantascientifica ricerca dell'immortalità. Dietro il suo “mestiere” c'è una realtà molto più misera: permettere a famiglie in difficoltà di continuare a percepire la pensione del parente morto. La morte, così, diventa una questione economica prima ancora che metafisica.
Sauro attraversa un Sud Italia indefinito e senza coordinate, a bordo di una vecchia e malandata Ape Car rossa. In realtà, le riprese sono state realizzate nelle Marche, dove il regista è riuscito a sfruttare e ricreare un territorio fatto di luoghi deserti o semideserti e periferie che sembrano appartenere ai confini del mondo.
All’inizio del viaggio Sauro incontra Giocondo, un ragazzo dall'indole particolare e dotato di un notevole talento per il disegno. La madre, povera e vittima delle violenze del marito, gli chiede di portarlo con sé e di insegnargli il mestiere. Da quel momento il film cambia progressivamente direzione: quello che sembrava essere soprattutto un racconto sull'attività bizzarra di Sauro diventa una storia di formazione e, soprattutto, di relazione.
Sauro non sa bene come comportarsi con quel ragazzo. Non è un padre, non è un maestro e nemmeno sembra voler diventare qualcosa di simile. Eppure, viaggio dopo viaggio, tra silenzi e situazioni assurde, si crea un legame. È proprio questo rapporto a diventare il vero cuore del film. Peccato, perché l’innesto narrativo di Sauro che si fa Dio o Frankenstein, avrebbe potuto portare a un bello svolgimento narrativo.
Fondamentale è anche il personaggio di Deng, il misterioso signore cinese che realizza il particolare meccanismo destinato a far pulsare artificialmente i cuori. Un personaggio enigmatico, quasi una presenza da fiaba, che non può più parlare.
Il film ha un sapore distopico ben riuscito, Tufarulo ha costruito un mondo grottesco che funziona nella sua assurdità. I paesaggi aridi e vuoti, come i personaggi che incontrano lungo il loro viaggio, sembrano appartenere a un futuro già consumato, mentre le insegne luminose, i neon e i colori fluorescenti emergono dal buio creando contrasti molto suggestivi. L’estetica è fine, scenografica e ricercata. Accentua la sensazione di trovarsi dentro una realtà parallela, riconoscibile e al tempo stesso profondamente aliena.
Uno dei momenti più curiosi è quello dedicato alla “catto-elettronica”, una sorta di franchising religioso nel quale la confessione diventa un servizio a pagamento e i sacerdoti sono sostituiti dall'intelligenza artificiale. È una trovata surreale, quasi comica, ma dietro l'idea si intravede una riflessione tutt'altro che leggera sulla mercificazione della spiritualità e sulla potenza del dio denaro.
La tecnologia non viene utilizzata come elemento fantascientifico, ma come strumento attraverso cui interrogarsi su cosa significhi essere vivi. Se un cuore artificiale continua a battere dentro un corpo morto, dove finisce la morte e dove comincia la vita? E quanto basta perché una persona possa essere considerata ancora presente?
Sono domande che “Il mestiere” affronta con un tono filosofico. Le lascia affiorare attraverso situazioni bizzarre, dialoghi tra Sauro e Giocondo e incontri improbabili. Si parla di Dio, della morte, dell'esistenza e del senso della vita, ma sempre mantenendo quella particolare miscela di malinconia e umorismo nero che attraversa tutto il film.
Il risultato è una sorta di road movie anomalo e malinconico. Insomma, un film originale, visionario e spiazzante, che utilizza l'assurdo per parlare di cose estremamente umane.
09/09/2026, 20:40
Marta Bello