Note di regia di "Federica - L'ultima Olimpiade"
FEDERICO GARIBOLDI
Questo film è nato quasi per caso, durante una cena. Davide e Federica mi chiesero di accompagnarli per quella che sarebbe stata probabilmente la loro ultima stagione di coppa del mondo. In quel momento non sapevamo ancora davvero quale storia avremmo raccontato. Sapevamo soltanto che valeva la pena passare tanto tempo assieme come quando eravamo tutti atleti. Poi la storia che pensavamo di raccontare è cambiata completamente. L’infortunio, la riabilitazione e la corsa per riuscire a tornare hanno trasformato il progetto insieme a Federica. Da quel momento il tempo è diventato un personaggio del film. Ogni giorno aveva un peso. Ogni piccolo progresso poteva cambiare tutto. Non stavamo più semplicemente raccontando l’ultima stagione di una grande atleta, ma uno dei più grandi recuperi della storia dello sport, non potendo minimamente immaginare sarebbe culminato in un lieto fine tanto eroico. Nessuna struttura complessa, nessuna troupe al seguito.
Per mesi ho seguito la loro quotidianità. Ospedale, allenamenti, trasferte, gare, recupero, momenti familiari, attese, vittorie, tensioni, sconforti. La macchina da presa doveva adattarsi alla loro vita, mai il contrario. Seguire Federica ha significato soprattutto convivere con l’imprevedibilità. I programmi potevano cambiare nel giro di poche ore, gli allenamenti dipendevano da più variabili, dalle condizioni fisiche, dagli spostamenti, dalle strategie per poter recuperare più tempo possibile per arrivare pronti alle Olimpiadi. Durante le gare bisognava riuscire ad essere nel posto giusto senza avere mai la certezza che quel posto sarebbe stato davvero quello giusto. Molte immagini del film sono nate così: correndo, aspettando, osservando e cercando di non perdere quel momento che non si sarebbe mai più ripetuto. Per me questo viaggio ha avuto un significato profondamente personale. Da quando avevo sei anni ed ero nello sci club Courmayeur (sci club di tutti i componenti di questo staff e del film) ho sognato di partecipare alle Olimpiadi come atleta e sognato di conquistare quell’oro. Lo sci è stato una parte enorme della mia vita e quel sogno mi ha accompagnato per tutta la crescita. Dopo l’incidente che a ventun anni mi ha quasi ucciso, il sogno sportivo sembrava essersi chiuso definitivamente. E così fu. Seguire Federica e Davide mi ha permesso, in una forma che non avrei mai potuto immaginare, di avvicinarmi di nuovo a quel sogno. Non più con un pettorale addosso, ma dietro una macchina da presa. Ho vissuto una parte di quel mondo attraverso un ruolo completamente diverso, osservandolo con gli occhi la fame e la gioia di atleta, di amico, e di grande fan. È stato il modo per tornare dentro quel mondo sportivo che per me ha sempre rappresentato tutto. È stato chiudere un cerchio personale.
Ma soprattutto questo film è nato dall’amicizia. È stata quella fiducia a permettermi di essere presente nei momenti più facili e in quelli in cui una macchina da presa avrebbe potuto essere percepita come qualcosa di estraneo e veramente scomodo. Sentivo una responsabilità per rendere omaggio a quelle persone a me così care, che mi avevano permesso di raccontare parte più importante della loro vita. L’amicizia è stata sempre e solo il vero collante del progetto. Molte delle persone che hanno costruito il film provengono dal mondo dello sci. Dal produttore esecutivo al compositore, esisteva una comprensione immediata di quel linguaggio, dei suoi ritmi, delle sue ossessioni e della fatica che nasconde. Questo ha creato un rapporto che è andato molto oltre la semplice collaborazione professionale. Ed è una cosa che, in modo quasi contagioso, è successa anche con chi quel mondo non lo conosceva ancora. A maggio è entrato nel progetto Paolo Novelli come co-regista. La sua scelta è nata prima di tutto dalla sintonia che aveva dimostrato con questa storia e dalla sua enorme voglia di farne parte. Non cercavo semplicemente qualcuno che svolgesse un ruolo: cercavo qualcuno disposto a entrare dentro quell’avventura con la stessa partecipazione con cui l’avevamo vissuta fino a quel momento. Con Paolo la collaborazione è diventata rapidamente amicizia. E credo che questo abbia avuto un peso reale sul film. Quando inizi a conoscere davvero le persone che stai raccontando, quando condividi con loro giornate, difficoltà, attese e momenti apparentemente insignificanti, smetti inevitabilmente di guardare quella storia dall’esterno. Paolo è entrato nel progetto con questa predisposizione e, in poco tempo, la passione per il film si è trasformata in affetto per le persone che ne facevano parte. Lo stesso è successo successivamente con il montatore Michele Gallone, parte essenziale per la realizzazione finale, con gli assistenti Francesco e Giacomo e anche con chi seguiva la post-produzione, e Quentin De Fouchecour che la coordinava. Persone arrivate quando gran parte di questa storia era già accaduta, ma che sono riuscite a sentirla propria. Credo che sia stato possibile perché non stavamo semplicemente consegnando loro del materiale da montare: stavamo condividendo sogni, ricordi e mesi di vita. Infatti la corsa contro il tempo non è terminata con le riprese. Un legame profondo tra il film e la storia di Federica: è che entrambi sono nati senza il lusso del tempo. Abbiamo dovuto scegliere, reagire e continuare ad avanzare. È continuata fino all’ultimo fotogramma. Il film ha visto la luce in soli 16 giorni di montaggio e lavorazione finale. Un tempo estremamente ridotto per la quantità e la complessità del materiale che avevamo raccolto e che doveva trovare rapidamente una forma. Paradossalmente, anche il modo in cui abbiamo realizzato il film ha finito per assomigliare alla storia che stavamo raccontando: pochissimo tempo, nessuna certezza e la necessità continua di reagire a ciò che accadeva. Sono tantissime le cose che conserverò di questa esperienza. Non soltanto il film, ma le persone con cui è stato possibile realizzarlo. Perché alla fine quello che rimane è il racconto di una stagione che nessuno avrebbe potuto scrivere in anticipo, vissuta da un gruppo di persone che, strada facendo, ha smesso di essere soltanto una troupe, una squadra di montaggio, o delle professionalità ma sono diventate parte della mia vita.
PAOLO NOVELLI
La mia esperienza, relativamente a questo film, è indissolubilmente connessa all’incontro, quasi casuale, con Federico. Io arrivavo completamente da fuori, estraneo a quella storia e alle relazioni profonde che la attraversavano. Eppure, fin dai nostri primi incontri, ci siamo accorti di essere sorprendentemente in sintonia. Le intuizioni che avevo avuto osservando la vicenda di Federica da lontano sembravano incontrare, quasi naturalmente, la lettura sensibile e profondamente personale che Federico ne aveva maturato standole accanto. Due sguardi nati da luoghi molto diversi finivano così per riconoscersi. Ed è forse proprio questo riconoscersi che ha permesso al mio sguardo, inizialmente estraneo, di essere accolto dentro una storia così intima. Tutto per me era iniziato da un articolo che riportava la notizia del gravissimo infortunio di Federica. Senza conoscerla di persona, ho avuto subito l’intuizione che il suo recupero sarebbe stato un percorso umano straordinario. Mi immaginavo un film che parlasse di libertà, della lotta per conquistarla, delle scelte che siamo costretti a fare quando qualcosa interrompe improvvisamente il corso che avevamo immaginato per la nostra vita.
Entrando nel progetto, ho scoperto qualcosa che mi ha colpito ancora di più. Federica, suo fratello Davide e lo stesso Federico non erano legati soltanto da un’amicizia nata da bambini e da un percorso nello sci iniziato insieme, allo Sci Club Courmayeur. Ad accomunarli, in maniera quasi speculare, c’era qualcosa di più profondo: tutti e tre avevano dovuto fare i conti con un evento capace di interrompere bruscamente la traiettoria che avevano immaginato per sé e di condurli altrove. Federica si trovava allora davanti a un bivio: non sapeva se sarebbe tornata a sciare, se sarebbe stata ancora un’atleta, e per molto tempo non aveva saputo nemmeno se sarebbe tornata a camminare e a correre normalmente. Davide, considerato un fenomeno dello sci giovanile, aveva visto la propria carriera interrompersi dopo una serie di infortuni, trovando proprio in quello che allora poteva apparire come un fallimento le radici della sua rinascita come allenatore e come uomo. Federico, anche lui lanciato verso una carriera agonistica di alto livello, si era ritrovato improvvisamente a terra dopo un incidente gravissimo. Sopravvivere a quell’incidente e ripartire da lì aveva contribuito a renderlo l’uomo che è oggi. «Come esseri umani», dice Davide sintetizzando quasi inconsapevolmente il senso di questa storia, «tutti abbiamo bisogno di un percorso che ci porti da qualche parte». Forse è proprio questo che il film ha cominciato a raccontarmi. Che quel percorso non è necessariamente quello che avevamo scelto. A volte nasce da un evento totalmente inaspettato, dalla sofferenza, persino da qualcosa che, mentre accade, ha tutte le sembianze di un fallimento. E che proprio da lì può aprirsi una strada imprevista, capace di portarci in un luogo che non avremmo mai pensato di raggiungere. Non avrei potuto trovare, in un racconto così profondamente corale, una sintonia migliore tra Federico e i suoi personaggi. Per una qualche magia, o forse più semplicemente per una grande comunione sentimentale, ci siamo ritrovati tutti a nuotare nella stessa direzione, dentro una corrente forte e avvolgente. È quella corrente che, alla fine, ci ha portati fin qui.