Note di regia de "L'ora di tutti"
L’ora di tutti nasce dal romanzo di Maria Corti e dal desiderio di raccontare il sacco di Otranto del 1480 non come una ricostruzione storica, ma come una storia capace di attraversare il tempo.
L’ora di tutti è per me l’istante in cui non è più possibile rimandare una scelta. È il momento in cui, scegliendo, definiamo chi siamo.
Per questo il film mette in relazione due movimenti apparentemente opposti. Idrusa rifiuta i codici della comunità a cui appartiene, rivendicando il diritto di scegliere la propria vita. Quella stessa comunità, di fronte all’invasione, rifiuta a sua volta di piegarsi alle condizioni imposte dal nemico. La scelta individuale e quella collettiva finiscono così per specchiarsi: entrambe nascono dalla necessità di decidere a cosa non si è disposti a rinunciare. Ciò nonostante, il punto di vista individuale sopravvive: nella messa in scena, il sonoro talvolta si distorce o si amplifica piegandosi alla singola emotività, così come lo sguardo può essere deformato da visioni soggettive.
Il personaggio di Idrusa è al centro del racconto corale. Vive in un mondo che le assegna un ruolo preciso — moglie, donna, membro di una comunità — ma il suo corpo sembra ribellarsi prima ancora che lei trovi le parole per farlo. Il desiderio, la danza, l’amore e, infine, la resistenza diventano tappe di una ricerca di appartenenza a sé stessa.
Il corpo è, infatti, il vero territorio del film. Desidera, combatte, subisce, resiste. Anche la guerra viene raccontata attraverso i corpi più che attraverso le armi. Le battaglie si allontanano dal realismo e diventano coreografie, interpretate dagli attori insieme al Corpo di Ballo della Scuola di Ballo della Scala di Milano. Il movimento non attenua la violenza: cerca invece di renderla fisica, universale, quasi rituale.
Anche il tempo e lo spazio seguono questa scelta. Il sacco di Otranto non appartiene soltanto al 1480: è una storia universale in una città sospesa, insieme reale e simbolica. Per questo, scenografie e costumi non mirano a ricostruire fedelmente un tempo e un luogo storici, ma rileggono il passato senza riferimenti temporali precisi, in una prospettiva che vuole essere universale. La Vestale, interpretata da Nicoletta Manni, attraversa il film come figura della memoria che fonde elementi cristiani e pagani, storia e mito, realtà e visione, facendoli convivere in un unico luogo, fuori dallo senza tempo.
Gli invasori vengono chiamati semplicemente “Nemici”. Non mi interessava costruire una contrapposizione rassicurante tra buoni e cattivi, ma interrogare il confine tra noi e l’altro. Quando un uomo si ritrova di fronte a un nemico con il proprio stesso volto, quella distanza improvvisamente scompare: l’avversario diventa un’altra possibile versione di sé.
Dentro la grande Storia ho voluto, infine, riportare al centro chi spesso ne è rimasto ai margini: le donne, i pescatori, gli artigiani, le persone comuni. In particolare, le donne di Otranto non come figure passive dell’assedio, ma come corpi che desiderano, proteggono, subiscono e scelgono. Il film è dedicato a loro, alle donne dimenticate e senza nome che, nella guerra come nella violenza silenziosa del quotidiano, hanno difeso la propria libertà e il diritto di appartenere a sé stesse.
Perché l’ora di tutti arriva quando la scelta del singolo incontra quella degli altri e diventa destino collettivo.
Stefania Rocca