B.A.E. - BEFORE ANYTHING ELSE - Lo spettacolo della vita
La prima immagine di
B.A.E. - Before Anything Else rappresenta una dichiarazione programmatica: un sipario, “steso” su un’impalcatura di legno, si apre sul panorama mentre la macchina da presa lo attraversa per seguire un’automobile in corsa.
È chiaro infatti l’intento di
Paula Lingyi Sun e Alessio Hong, entrambi esordienti alla regia di un lungometraggio: rappresentare, “mettere in scena” un’attualizzazione dell’eterno mito amoroso di Romeo e Giulietta. Che in questo caso si chiamano Romeo e Giulia, hanno circa diciott’anni e si incontrano a Tropea, dove lei lavora in un bar sulla spiaggia e abita con il padre pescatore e il fratello iper-protettivo, mentre lui arriva in vacanza con amici nel classico viaggio d’estate dell’addio all’adolescenza: chi è in partenza per l’Australia, chi (forse) per l’Inghilterra… solo Romeo, destinato a seguire le orme di famiglia nell’ambito legale, confessa di non sapere “neanche da che parte stiamo andando”. E proprio lì, in quel magico momento della vita che si apre sulle infinite possibilità del futuro, si sviluppa la trama di questo film, quando tutto può ancora succedere, prima che tutto accada, prima di tutto il resto: “before anything else”, appunto. E dunque, quando ad una festa in riva al mare di questa “calda eterna estate” Romeo (Riccardo De Rinaldis Santorelli) incontra Giulia (Yile Yara Vianello), è amore a prima vista, sottolineato dall’immancabile ralenti e dall’effetto sonoro ovattato. Lo sappiamo già (e lo dichiara la voice-over di Giulia) che “è una storia che si ripete”: l’innamoramento, gli ostacoli, la passione, la tragedia.
Naturalmente la storia di B.A.E. è radicata nel presente e integra nel suo substrato, nel suo DNA, la vicenda shakespeariana: Giulia è infatti un’attrice amatoriale che sta preparandosi per la parte di Giulietta e così Romeo, un po’ per caso e un po’ per amore, finisce per entrare nella stessa compagnia per recitare il ruolo del protagonista. Pare che il destino li guidi, questi due giovani innamorati, e che il palcoscenico teatrale diventi un’allegoria della storia delle loro vite.
Lingyi Sun e Hong giocano dunque sul rispecchiamento tra arte e vita e sull’ammodernamento di una mitologia, entrambe tendenze interessanti ma non particolarmente originali: si pensi al più riuscito Il dio dell’amore di Francesco Lagi, dove a far da Cicerone agli spettatori è un curioso ed onnisciente Ovidio. In B.A.E. si ride delle coincidenze antroponimiche e si cerca forse di esorcizzare il reverenziale timore verso un monumento della letteratura teatrale costruendone una ripetizione con variazioni: non c’è la rivalità tra famiglie a contrastare gli amanti, bensì il fratello di Giulia; non c’è il veleno ma droga e tranquillanti; c’è un incidente al posto del pugnale. “Modernizzare” sembra essere la parola d’ordine: il mitico balcone non può mancare ma c’è anche la repressa omosessualità del migliore amico di Romeo e la ragazza vista come vittima di una società maschile e patriarcale. Solo che l’idea potrebbe funzionare molto meglio se non fosse penalizzata da una sceneggiatura non particolarmente brillante, da una regia piana e da interpretazioni attoriali a cui si può applicare troppo spesso il giudizio che la stessa Giulia dà a Romeo dopo una scherzosa recitazione del classico “Essere o non essere”: “È lo spirito giusto. Però devi un po’ migliorare sull’interpretazione”.
A conti fatti, il film si fa comunque seguire e procede verso il pre-finale, che è purtroppo il vero punto debole della pellicola, incastrato tra un destino fatale e incomprensibili comportamenti dei personaggi che portano dritti all’ovvietà di alcuni accadimenti.
Merita invece un giudizio positivo il finale che, giocando sfacciatamente sulla mise en abyme della tragedia, riconduce ogni personaggio cinematografico a un personaggio teatrale, suggerendo in fondo che siamo tutti attori inconsapevoli dello spettacolo più grande: quello della vita.
01/10/2026, 08:57
Alessandro Guatti