FESTA DEL CINEMA DI ROMA 21 - "Mustang": Un racconto
personale con lo sguardo documentario
Il secondo documentario di
Kasia Smutniak, presentato in concorso alla Festa del Cinema di Roma, prende le mosse da un materiale esiguo e prezioso: le riprese amatoriali che l’attrice e Pietro Taricone girarono nel 2003, agli inizi della loro relazione, durante un viaggio nel Mustang, antico regno himalayano al confine fra il Nepal e il Tibet. Rimaste per anni ai margini della memoria familiare, quelle immagini sono state riscoperte dalla figlia Sophie insieme alle riprese dei viaggi che la madre compì in seguito con lei, ancora bambina. Dopo Mur, in cui il confine fra Polonia e Bielorussia diventava l’occasione per interrogare la propria storia familiare, Smutniak torna a intrecciare il racconto personale con lo sguardo documentario. Questa volta sceglie di misurarsi con il materiale più intimo di cui disponga, la memoria del compagno, scomparso tragicamente nel 2010 durante un lancio col paracadute.
Da quei nastri nasce "
Mustang", prodotto da Fandango con Luce Cinecittà e la Pietro Taricone Onlus. Smutniak, che lo ha scritto con
Marella Bombini, ha ceduto la parola alla figlia, e vent’anni della vita di una madre li racconta così una ragazza che di quei primi giorni sa soltanto ciò che le immagini le concedono. Sophie si assume l’onere e l’onore di dare ordine e senso a un archivio che la riguarda e che, anche se indirettamente, la determina. La sua voce arriva piana, senza fretta, come quella di chi sfoglia un album seduta sul letto di una casa d’estate e si ferma a ogni pagina a domandarsi chi fossero quei due, così giovani, così ignari di quello che sarebbe venuto. Di solito sono i genitori a spiegarci chi eravamo da piccoli. Qui succede il contrario.
Ne deriva una forma di trasmissione della memoria assai diversa dalla consueta autobiografia. Sophie è al tempo stesso erede e testimone, e la sua narrazione introduce una distanza che evita al film ogni compiacimento. Il passato familiare viene interrogato con pudore, come qualcosa che si eredita e che occorre ancora imparare a comprendere.
Accanto alla storia familiare, "
Mustang" racconta il legame ventennale con una comunità d’alta quota, di cui Kunzom, donna di straordinaria tenacia, rappresenta il centro morale. Lassù la gente ha poco e lo divide volentieri. Kunzom accoglie la straniera come si accolgono i parenti tornati dopo molto tempo. A Pietro, Kasia aveva promesso di occuparsi di questa gente, e la promessa è diventata una scuola. Costruirla è stato difficile, tre anni soltanto per portare i materiali, rigorosamente durante la bella stagione. Tenerla aperta lo è ancora di più, perché i bambini scendono a valle con le famiglie, verso qualunque luogo dove l’inverno non duri mezzo anno.
Le riprese del 2003, inedite e montate senza alcuna intenzione pietistica, restituiscono di
Pietro Taricone un ritratto lontano dall’immagine pubblica che in molti conservano di lui. Nello sguardo di Kasia è un giovane uomo in cammino, curioso, colto nella spontaneità di un’intimità ancora agli inizi. L’autrice tratta questo materiale con estrema delicatezza, rinunciando a caricarlo di enfasi e lasciando che siano la grana dell’immagine e la casualità dello sguardo amatoriale a conferirgli valore. In quei nastri Pietro scherza, sorride, patisce il freddo.
Poi vengono i ritorni, con Sophie bambina e poi con Sophie adulta. Il paesaggio è rimasto identico con un’ostinazione che commuove e un pochino offende. Altopiani spazzati dal vento, villaggi di fango e pietra, un cielo così basso che sembra di intralciarlo. Le montagne non cambiano e non invecchiano, e in questa impassibilità verso le cose dell’uomo si potrebbe intravedere anche un loro austero modo di essere crudeli. Eppure la stessa natura che ignora le vicende degli uomini sa anche accoglierle. Quando la macchina da presa si abbandona alle sue panoramiche lunghissime, lo sguardo scorre di cresta in cresta senza mai incontrare un confine. In quello spazio che sembra non finire mai, ogni cosa ritrova la propria misura, compreso il dolore. È il sublime nel suo senso più antico, una bellezza che sgomenta e insieme rasserena. Davanti a certe montagne è come se il dolore trovasse finalmente un posto dove sedersi.
Il montaggio tiene insieme materiali nati con intenzioni opposte, il video amatoriale girato per sé e le immagini pensate per lo schermo, senza uniformarne la qualità. Lo scarto fra i formati è come se misurasse il tempo trascorso. Su questo andirivieni la voce di Sophie fa da raccordo, finché nel finale la figlia smette di guardare l’archivio dall’esterno e ne entra a far parte, alla scuola che ora tocca anche a lei custodire.
18/10/2026, 09:16
Olivia Fanfani