FESTA DEL CINEMA DI ROMA 21 - “Spaccanapoli Times”:
Una tragicommedia napoletana dell’assurdo
In “
Spaccanapoli Times”, diretto da Nadia Baldi e tratto dall'omonima opera teatrale di Ruggero Cappuccio, troviamo un racconto eccentrico, profondo, ironico, ma al contempo drammatico, dove il confine tra normalità e follia si fa sempre più sottile. Tra umorismo nero, memoria familiare e riflessioni sulla disumanizzazione, una riunione familiare diventa un viaggio rocambolesco dentro le contraddizioni dell’essere umano.
Il film sarà presentato in anteprima ufficiale il 19 ottobre alla XXI Festa del Cinema di Roma, nella sezione Freestyle Arts.
Al centro della storia ci sono due fratelli e due sorelle, che dopo anni di lontananza si ritrovano nella casa d’infanzia. A richiamarli è uno di loro, Giuseppe Acquaviva, poeta interpretato dallo stesso sceneggiatore Ruggero Cappuccio, che abita in una singolare grotta affacciata sul mare di Napoli. Da questo incontro prende forma un universo imprevedibile, in cui ciascun personaggio sembra abitare una dimensione tutta sua, ad un orario del tutto personale, prigioniero delle proprie ossessioni e nevrosi. Non si sa bene perché lui li abbia convocati, e per gran parte del film Giuseppe non risponde alla domanda posta dai fratelli e dalle sorelle, salvo confessarlo in un secondo momento.
Sono quattro persone esuberanti, strambe, prede delle loro ossessioni. Eppure, dietro la costruzione caricaturale dei personaggi, si nasconde una profondità che impedisce loro di diventare semplici macchiette. Sono figure esasperate, quasi grottesche, ma anche fragili e dolorosamente umane. Un plauso agli attori e alle attrici che hanno saputo ben interpretare la profondità dei personaggi. Le loro stranezze lasciano intravedere un’infanzia probabilmente complicata, dinamiche familiari irrisolte e un rapporto con il mondo che sembra essersi progressivamente incrinato. La risata esalta il dramma, non lo cancella.
Nadia Baldi costruisce un’atmosfera riconoscibile, sospesa tra il quotidiano e l’allucinazione. La componente teatrale è evidente, tanto nella recitazione quanto nella centralità della parola e nella costruzione delle scene, ma non rimane confinata a una dimensione statica. L’immagine si contorce, il passato irrompe nel presente: una bambina inquietante si aggira nel palazzo, una parete della casa è ricoperta di maniglie appese come se fossero quadri, dei soffitti crollano. Così l’assurdo si insinua nella casa fino a trasformarla in una sorta di proiezione materiale della mente dei suoi abitanti.
In questo senso, il film richiama, per certi aspetti, il cinema della regista macedone Teona Strugar Mitevska, soprattutto nella capacità di accostare registri dissonanti, esasperare le situazioni e utilizzare il grottesco per affrontare questioni tutt’altro che leggere.
Il film procede come un flusso di coscienza collettivo. I dialoghi sono incessanti, gli stimoli visivi e sonori si accumulano, e lo spettatore viene trascinato in un vortice frenetico che risulta, a tratti, ridondante. Così come alcune inquadrature, che sembrano quasi far girare la testa, spostando continuamente il punto di equilibrio di chi osserva. Qualche pausa o qualche silenzio in più avrebbero potuto dare maggiore risalto proprio a ciò che il film possiede di più prezioso: la malinconia che si nasconde sotto la superficie chiassosa dei suoi personaggi.
Nei dialoghi, le riflessioni più profonde emergono spesso senza preavviso, mescolate a battute, provocazioni e ragionamenti apparentemente sconclusionati. Si parla di famiglia e di infelicità, ma anche di guerra, di umanità e della progressiva perdita di ciò che ci rende capaci di riconoscerci negli altri. Sotto il suo impianto rocambolesco, “Spaccanapoli Times” custodisce infatti una riflessione sulla disumanizzazione. Affascinante anche la centralità della città di Napoli: una presenza culturale e immersiva che attraversa il racconto e che rimanda a una tradizione precisa attraverso tanti piccoli elementi.
A un certo punto Giuseppe confessa: sono lì per un controllo dello psichiatra dell’ASL che dovrà confermare o meno la loro invalidità civile e le loro diagnosi, oltre alla relativa pensione. Da quel momento, il grottesco si esaspera e i quattro, per prepararsi alla visita di controllo, cercano di mettere in scena la propria follia, e più ci provano, più appaiono “sani”. Si vestono in maniera stravagante, esasperano i comportamenti, trasformano le proprie eccentricità in una rappresentazione di sé, ma la visita non andrà come previsto.
La regista costruisce un’opera irregolare, esuberante e volutamente scomposta, nella quale la forma stessa diventa espressione del disordine che attraversa i personaggi e il mondo che li circonda. Il film diverte, disorienta e, a tratti, stanca. Soprattutto, però, lascia emergere una malinconia che sopravvive al rumore e alle risate. La follia dei quattro fratelli è insieme rifugio, linguaggio e protesta. Sembra riflettere sulla domanda: chi è davvero normale? Che vuol dire essere normali? E ci lascia con un finale scenografico, ma anche con alcuni aspetti poco chiari. Non tutti i piani di lettura dell’opera, che sembrano molti e stratificati, emergono con chiarezza.
19/10/2026, 17:57
Marta Bello