FESTA DEL CINEMA DI ROMA 21 - “Desiderio”; Moderna “Love
Story”, raccontata con eccessiva ricerca formale
Sceglie un dramma sentimentale, l’attrice
Michela Cescon per mettersi dietro la macchina da presa e realizzare la sua opera seconda, “
Desiderio”, dopo l’esordio nel 2021 con il thriller “
Occhi Blu”.
Siamo alla fine degli ’80, e ad essere protagonisti dell’intenso rapporto sentimentale al centro del film ci sono Matteo (Enrico Borrello), studente universitario di un normale famiglia borghese, che sogna di scrivere per il cinema, e Livia (Romana Maggiora Vergano), volubile e avvenente rampolla di una ricca famiglia romana, sfuggente e snob al punto giusto.
Nonostante la differenza di ceto sociale tra i due, incontratisi nella residenza di campagna della famiglia di Livia, dove Matteo è invitato in quanto compagno di studi del fratello, scatta fin da subito la giusta chimica.
Dopo un breve e intensa storia sentimentale, i due si separano in quanto Livia si reca a Londra per completare i suoi studi. Li rincontriamo così anni dopo (con un salto temporale, forse volutamente, non molto ben rappresentato nel film) quando ormai sono entrambi giovani adulti: Matteo è diventato giornalista, è sposato, ha una bella moglie e due figli piccoli; Livia ha invece deciso, per motivi non detti, di tornare a vivere a Roma.
Tra i due torna velocemente la passione, irrefrenabile, che ha attraversato gli anni senza mai spengersi, anzi rafforzandosi. I corpi dei due si incontrano, i giochi di sguardi si intensificano, i silenzi predominano. A vincere è il desiderio carnale, che Matteo adesso vuole vivere appieno, lasciandosi alle spalle la famiglia che ha costruito. Un desiderio che vince su tutto e lo porterà quindi lontano dalla vita reale e, probabilmente, dalla felicità. Gli amori intensi, come è noto, sono anche quelli impossibili e dannati, che non si confrontano con le sfide della quotidianità, le bollette da pagare, i pannolini da cambiare. Torna quindi nel film il tema, ormai più volte praticato dal cinema, della dualità tra l’amore con A maiuscola e il desiderio carnale.
Si insinua, inoltre, nella storia il tema della malattia, quella grave e potenzialmente mortale, che riguarda un amico in comune e forse non è estraneo anche alla presenza di Livia a Roma. Impossibile non far tornare alla mente il film drammatico, che ha segnato un’epoca negli anni ’70, “Love Story”, di Arthur Hiller, dove la più bella delle storie d’amore possibili si scontra con scoperta della malattia di lei che la porterà in breve tempo alla morte.
Se da una parte Cescon trova una bella e non stereotipata chiave per rappresentare sul grande schermo la passione e il desiderio che travolge i due protagonisti - senza scadere in atti gratuitamente espliciti o rappresentazioni fasulle di rapporti sessuali - creando atmosfere fatte di respiri, sguardi, silenzi, frasi intuite e non dette, dall’altra il film mostra di avere un limite che gli impedisce di decollare, quello della freddezza formale. Lo spettatore non viene coinvolto nel gioco sentimentale in atto, che non riesce a percepire fino in fondo, in quanto si trova a sbattere contro il freddo muro del formalismo: la ricerca di Cescon della perfezione nelle inquadrature, nelle luci, nelle statiche pose dei protagonisti e in una recitazione che si muove in precisi spazi delimitati. Una strada tutta in salita per la regista Cescon, quella della ricerca della perfezione formale, per farla diventare parte della semantica del film, che in questo campo si trova davanti al confronto con i grandi maestri cinema del passato, non ultimi Bolognini e Antonioni.
20/10/2026, 17:26
Elisabetta Vagaggini