FESTA DEL CINEMA DI ROMA 21 - "Il Gioco del Silenzio":
Il coraggio di fare i conti con le proprie radici
Ci sono storie che rimangono nascoste per anni, custodite tra le mura di casa, nei discorsi interrotti e nelle domande a cui nessuno sembra disposto a rispondere. Storie che, anche quando si cerca di dimenticarle, continuano a influenzare il presente. È da questo silenzio, così ingombrante e difficile da decifrare, che prende forma “
Il Gioco del Silenzio”, il documentario autobiografico di
Vincenzo De Caro, un’opera intima e dolorosa che affronta il tema della memoria familiare e del peso di un passato che non si è scelto. Presentato alla XXI Festa del Cinema di Roma nella sezione Special Screening, è un lavoro commovente, doloroso e coraggioso.
Cresciuto nel Nord Italia, il regista porta con sé l’immagine di una Sicilia lontana ma familiare, un luogo che sente come casa, ma che non ha mai visto. Quando, intorno ai vent’anni, scopre che suo zio è Gaspare Mutolo, ex uomo di Cosa Nostra e successivamente collaboratore di giustizia, le coordinate della sua storia personale cambiano improvvisamente. Scopre anche che suo nonno paterno si era ribellato, aveva protestato, era finito sui giornali dell’epoca.
De Caro inizia così un lungo viaggio interiore ed esteriore, lungo sei anni, e da cui nasce questo documentario raccontato in prima persona. Si avvale anche di materiali d’archivio, documenti e registrazioni audio di grande interesse, come la testimonianza in tribunale di suo nonno, un vero affronto alla mafia. Si chiede perché questo non sia diventato un motivo d’orgoglio per la famiglia e soprattutto perché nessuno abbia mai voluto parlarne in famiglia. Parla con la nonna, con un cugino, e soprattutto con il padre. Una figura chiave nel racconto, senza di lui, questo lavoro non sarebbe stato lo stesso.
Altri parenti, invece, tra cui zii, zie e cugini, non vogliono parlare; molti vivono ancora sotto protezione e il passato continua a imporre le proprie regole. Il documentario restituisce questa distanza, mostrando come gli anni abbiano progressivamente disgregato una famiglia, lasciando dietro di sé legami interrotti e verità mai pronunciate. Non è soltanto la ricerca di una risposta personale, dunque, ma il tentativo di capire quanto possa costare, anche a chi non ha commesso alcun reato, essere legato a una storia di cui si conosce soltanto una parte.
Uno dei momenti più sorprendenti è l’incontro con Gaspare Mutolo, ormai anziano e dedito alla pittura. Il contrasto è fortissimo: da una parte l’uomo che ha commesso cose indicibili, killer e autista di Totò Riina, dall’altra, una figura anziana e gracile, un pentito che passa le giornate a dipingere.
Una storia appassionante, preziosa e molto ben raccontata. A colpire sono soprattutto le intuizioni visive, le inquadrature e la capacità di affidare alle immagini il compito di raccontare ciò che le parole non riescono a esprimere. La regia dimostra una sensibilità particolare nel restituire atmosfere e assenze. Alcune imperfezioni tecniche, come la presenza in campo del fonico intento a registrare l’audio, non sono gradevolissime, resta però il dubbio che anche queste intrusioni, volontarie o meno, finiscano per ricordare allo spettatore la natura concreta e fragile di una ricerca ancora in corso.
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Il Gioco del Silenzio” parla di mafia, certo, ma soprattutto di radici, di casa e di appartenenza. Racconta il bisogno di sapere da dove veniamo, anche quando la verità può fare male, e la difficoltà di riconoscersi in una storia familiare che altri hanno deciso di sottrarci. Il merito del regista è quello di essersi messo in gioco in prima persona, affrontando una materia complessa e fronteggiando anche le crepe familiari che ne sono emerse. Oltre al tema, le sue doti artistiche sono innegabili.
La presenza del padre assume un significato speciale in questo percorso e accompagna il film verso un finale di grande intensità emotiva. Lui e il padre, assieme alla madre, tornano in Sicilia dopo quarant’anni.
22/10/2026, 21:07
Marta Bello