FESTA DEL CINEMA DI ROMA 21 - "Carla
Lonzi – Dentro e fuori dal mondo"
“Pericolose”, “aggressive”, “estremiste”: così, in un servizio televisivo degli anni Settanta, gli italiani fermati per strada liquidavano le femministe.
Francesca Archibugi raccoglie quel coro di luoghi comuni e lo lascia sfumare, per far posto all’unica voce che le interessa davvero, quella di
Carla Lonzi. Critica d’arte che alla critica d’arte ha voltato le spalle, teorica del femminismo che diffidava dei teorici, fondatrice con Carla Accardi ed Elvira Banotti di Rivolta Femminile, Lonzi torna a parlare in prima persona, come aveva sempre preteso di fare, da “soggetto imprevisto” della storia quale si era dichiarata in Sputiamo su Hegel.
Archibugi la conosceva bene, forse troppo per raccontarla con distacco. L’aveva incontrata ai tempi del liceo, ne ha sposato l’unico figlio, il compositore Battista Lena (che firma le musiche, come per tutti i suoi film), e non finge un’equidistanza che non le appartiene. Il suo è lo sguardo di chi ha avuto in casa una donna scomoda e geniale e ha impiegato anni a misurarne la statura. Ne viene fuori un ritratto affettuoso ma tutt’altro che agiografico, sospeso, come promette il titolo, fra il dentro e il fuori: dentro la famiglia e fuori dal mondo, o viceversa.
Lonzi registrava tutto. Conversazioni, confronti, discussioni fra amiche, per lei la parola detta era l’unica non contaminata dalla mediazione altrui, e il registratore diventava lo strumento di un pensiero che rifiutava interpreti. Archibugi attinge a quei nastri, in gran parte inediti, e li intreccia alle fotografie e ai materiali d’archivio. Lonzi, che aveva costruito Autoritratto montando le voci degli artisti senza commentarle, avrebbe forse apprezzato un film che le restituisce la parola. Il percorso è quello di una vita che ha cambiato pelle più volte.
L’infanzia fiorentina e il rapporto ruvido con il padre, gli studi di storia dell’arte, la frequentazione degli studi di pittori e scultori fra Firenze e Roma, dove era un’interlocutrice temuta e ricercata. Poi lo strappo, il congedo dalla critica e l’approdo a una militanza che rifiutava perfino le forme della militanza, fino ai diari di Taci, anzi parla. Accanto alla pensatrice intransigente affiora la donna privata, con amori complicati, amicizie femminili tutt’altro che pacificate e una fragilità che la regista non prova a smussare.
A fare da contrappunto ci sono le testimonianze del fratello Vittorio, della storica dell’arte Carla Subrizi, della filosofa Maria Luisa Boccia, dell’artista Suzanne Santoro, di Giulia Siviero e di Nanni Moretti. Voci di contorno, discrete, che non si arrogano mai il diritto all’ultima parola. Quella spetta a lei. Oggi oggetto di culto oltreoceano e di una riscoperta che in Italia arriva con il consueto ritardo, Lonzi trova in Archibugi un’alleata più che una biografa. Del resto la sua lezione era tutta lì, nel rifiuto di essere spiegata da altri. Il film la rispetta alla lettera, le cede il microfono e, con buona pace di Hegel, si mette in ascolto.
24/10/2026, 10:24
Olivia Fanfani