FESTA DEL CINEMA DI ROMA 21 - "Eva Mameli Calvino. La Signora
dei Fiori": L’eccezionale storia di una donna
Evelina Giulia Mameli nasce nel 1886 a Sassari. Madre di Italo Calvino e fervente studiosa, decide di fare della botanica la propria vita in un mondo accademico che alle donne riserva al massimo un posto da assistente. Da Sassari a Pavia, dove è la prima in Italia a conquistare la libera docenza in Botanica, fino a Cagliari, dove nel 1926 prende la guida dell’Orto Botanico, prima donna nel Paese. In mezzo c’è Cuba, dove con il marito Mario Calvino, agronomo, fonda un centro di floricoltura e dove nasce il primo figlio, Italo. Poi il ritorno in Italia e Sanremo, dove si studia, si incrocia, si seleziona, finché la città si guadagna il titolo di “Città dei Fiori”. Eva non sceglie tra famiglia e carriera, come l’epoca le avrebbe imposto, decide di crescere i figli, insegnare, dirigere e fare ricerca, e nel frattempo divulga, con una generosità che fa del privilegio del sapere un bene comune.
Quello di
Alessandra Usai, presentato tra le Proiezioni Speciali della Festa del Cinema di Roma, è il ritratto di una pioniera rimasta per decenni all’ombra di un cognome più celebre del suo, pur restando il suo. Eccellenza scientifica, un’attenzione all’ambiente che anticipa di mezzo secolo il dibattito contemporaneo e una parità di genere conquistata sul campo (più al microscopio che in piazza), nella vita di
Eva Mameli si intrecciano tre fili che oggi suonano di stretta attualità. Spunta la scienziata che classifica e coltiva, appare l’ambientalista ante litteram, e sullo sfondo, piccolo, il futuro scrittore che osserva la madre chinata sui suoi esperimenti.
Come racconta la stessa regista nell’
intervista rilasciata a Carlo Griseri su queste pagine, Usai arriva dal documentario antropologico ed educational, e per questo film ha scelto di mettersi dalla parte di uno spettatore che di botanica non sa nulla. Il racconto procede infatti per domande semplici, perché Sanremo è diventata la città dei fiori, che cosa significa dirigere un Orto Botanico, come si passa, grazie al lavoro di Eva e di altri, da poche varietà di rose a centinaia e poi a migliaia. L’impianto è composito. Usai alterna le interviste agli esperti a un archivio ricchissimo, tra fondi pubblici e materiali di famiglia. A questo affianca le ricostruzioni storiche, affidate a Silvia Salvatori nei panni di Eva, e animazioni originali, chiamate a dare corpo ai vuoti d’archivio.
Pensato, per ammissione della stessa regista, soprattutto per la televisione, il film ne adotta la grammatica fino in fondo. Il documentario televisivo vive di parola, deve farsi seguire anche da chi guarda distrattamente, da chi entra nella stanza a metà o ha bisogno che qualcuno gli dica dove guardare e perché. Così il racconto ha sempre un narratore, che sia la voce degli intervistati o una voce fuori campo onnisciente, e c’è sempre qualcuno che accompagna. Le immagini raramente hanno la possibilità di parlare da sole. Qui la scelta è chiara e coerente con l’obiettivo, garantendo una visione accessibile a chiunque. Ma è anche il confine del film. Una vita come quella di
Eva Mameli, fatta di osservazione paziente e di attese al microscopio, avrebbe forse meritato uno sguardo capace di imitarne il ritmo, rallentando e lasciando che a parlare fosse, ogni tanto, la natura che compone lo sguardo.
26/10/2026, 21:03
Olivia Fanfani