Sinossi *: “Waiting” - Tra rovina e sospensione, un’estetica dell’attesa: Nel minuto silenziosamente perturbante del video Waiting, lo spettatore è sospinto in una riflessione stratificata sul presente europeo, sull’identità nazionale e sul concetto stesso di durata, disgregazione e vuoto. L’opera, con la sua struttura tripartita, ricorre a una grammatica visiva e sonora essenziale, ma potentemente evocativa, per mettere in scena ciò che Giorgio Agamben chiamerebbe “il tempo che resta” - quel tempo che non è né pienamente presente né definitivamente passato, bensì sospeso in una frattura. Nella prima parte del video, due terzi dello schermo sono occupati da due bandiere: quella italiana e quella europea. Non sono issate in alto, nel gesto assertivo della sovranità o dell’appartenenza, bensì calate a mezz’asta, come in un lutto istituzionale. Sono logore, visibilmente deteriorate, straziate dal vento che fischia e sbatte nel sonoro con una forza che non si limita alla componente atmosferica, ma assume una valenza simbolica: è la storia che si abbatte su un’identità ormai precaria, disgregata dal tempo e dall’indifferenza. La bandiera italiana, come quella europea, non è più emblema trionfante di un’identità condivisa, ma traccia di un’assenza, spettro visivo di un’unità che si sfalda. A questo movimento incessante e violento del vento — forse eco dei moti storici o delle convulsioni geopolitiche che investono l’Europa — si contrappone, nella seconda metà del video, l’immobilità silenziosa di un interno. Uno spazio che potrebbe essere istituzionale o domestico, non è chiaro, e proprio in questa ambiguità si annida il senso profondo dell’opera. A sinistra, una profonda rientranza nel muro — come una ferita, una cavità — pare indicare un vuoto che si apre nella materia, nella storia, o nell’immaginazione. A destra, tre sedie in stile classico raccolte intorno a un tavolino. Nessuno vi è seduto. Nessuno arriverà. L’attesa non è più preludio all’evento, ma la sua negazione. “Il nulla accade sempre” scrive Beckett. L’attesa, qui, è privata della sua teleologia. Il sonoro, rarefatto ma preciso, lascia udire soltanto delle gocce che cadono, a ritmi irregolari. Ogni goccia sembra una misura del tempo che passa senza compiersi, un metronomo della stasi. Il riferimento all’installazione sonora di Bill Viola, o alle atmosfere sospese di Chantal Akerman, non è fuori luogo: l’opera non racconta, ma dispone elementi che ci impongono un confronto con il senso di crisi, di inazione e di fine. Il titolo, Waiting, è l’unico elemento testuale esplicito, ma è anche un inganno: non si tratta dell’attesa beckettiana, in cui l’assurdo è il contenuto stesso del tempo sospeso, ma piuttosto di una condizione in cui ciò che si attende è già stato perduto. L’Europa e l’Italia, svuotate di ideali condivisi, ridotte a emblemi logori che sventolano con violenza ma senza direzione, sono il contraltare esterno dell’interno silente, privato, quasi sacrificale. In questo senso, Waiting è un requiem visivo. Ma, come scrive Walter Benjamin, “nell’attimo del pericolo, il passato balena in un lampo”: forse, proprio in questa estetica dell’abbandono, risiede la possibilità di una nuova consapevolezza. L’opera non mostra la rinascita, ma il momento esatto in cui essa diventa necessaria. (Ed Mongarri)