Note:
Chi era Giulio Regeni
Nato a Trieste, il 15 gennaio 1988, residente a Fiumicello Villa Vicentina, in provincia di Udine, dove cresce in una famiglia di “grandi viaggiatori”. Frequenta il Collegio del Mondo Unito negli Stati Uniti, dove ottiene il baccalaureato, poi laurea in Arabic e Politics a Leeds, Master in “Development studies” a Cambridge e dal 2014 dottorando a Cambridge. Nel 2015, all'età di 27 anni, si trasferisce al Cairo per il dottorato di ricerca sui sindacati egiziani, all’interno di uno studio storico economico più ampio. Quello che avrebbe dovuto essere un progetto di ricerca accademica si trasforma in una tragedia che rivela i meccanismi di controllo e repressione del regime egiziano.
LA NARRAZIONE DEI FATTI
LA SCOMPARSA
Giulio Regeni è un ricercatore italiano di ventisette anni. Cresciuto a Fiumicello Villa Vicentina, in provincia di Udine, in una famiglia di “viaggiatori”, inizia presto a girare il mondo. Frequenta il Collegio del Mondo Unito in New Mexico, dove ottiene il baccalaureato, poi laurea in Arabic e politics a Leeds, il master in “Development studies” a Cambridge e dal 2014 dottorando a Cambridge. Al Cairo si trasferisce nel 2015 per condurre una ricerca sui sindacati egiziani, commissionata dall’Università di Cambridge. in un paese come l'Egitto, attraversato negli ultimi anni da tensioni politiche che hanno portato all'instaurazione di una dittatura militare, guidata dal generale Abdel Fattah al-Sisi. Il 25 gennaio 2016, Giulio sparisce. È proprio il giorno in cui si festeggia il quinto anniversario della Rivoluzione di Piazza Tahir che, sulla scia della cosiddetta “Primavera araba”, portò i cittadini egiziani a rovesciare il regime trentennale di Hosni Mubarak. I genitori di Giulio vengono a sapere della sua scomparsa due giorni dopo e tre giorni dopo prendono il volo per il Cairo. La notizia invece viene data alla stampa addirittura dopo una settimana, si sostiene per motivi di “sicurezza e opportunità”.
IL CORPO
Il 3 febbraio Giulio Regeni viene ritrovato senza vita ai bordi di una strada statale, lontano dal centro della città. Il suo corpo porta i segni evidenti di orribili torture. L'autopsia parla di giorni e giorni di sevizie, di contusioni e abrasioni in tutto il corpo, lividi estesi compatibili con lesioni da calci, pugni e bastoni; più di due dozzine di fratture ossee, tra cui sette costole rotte, tutte le dita di mani e piedi, così come entrambe le gambe, le braccia e scapole, oltre a cinque denti rotti; bruciature e ferite da taglio su tutto il corpo. Quando la madre andrà a riconoscerlo dichiarerà: “ho visto sul suo volto tutto il male del mondo”.
I DEPISTAGGI
Le prime piste offerte dagli inquirenti egiziani parlano di un delitto a sfondo sessuale o, addirittura, di un incidente stradale. Per gli investigatori italiani però, sono solo tentativi di depistaggio. Il corpo di Giulio parla chiaro, parla di metodi che chiamano in causa dei “professionisti della tortura”, uomini legati agli apparati di sicurezza egiziani. Magari gli stessi che, a distanza di due mesi dalla scoperta del cadavere di Giulio, mettono in scena “la soluzione del caso”. Il 24 marzo la polizia egiziana annuncia di aver ucciso in un conflitto a fuoco i responsabili della morte di Giulio. Sono cinque egiziani, membri di una banda dedita alle rapine nei confronti di turisti stranieri. A casa di uno di loro hanno trovato alcuni oggetti personali e i documenti di identità del ricercatore italiano. I tg nazionali li mostrano già nell'edizione della sera, insieme alle immagini del furgone sui cui viaggiano i banditi, crivellato di colpi. E invece, ancora una volta, si tratta di un clamoroso depistaggio. A smascheralo sono gli investigatori italiani che, tabulati alla mano, dimostrano che i telefoni in uso ai cinque rapinatori non hanno mai incrociato le zone in cui si trovava Giulio Regeni la sera della sua scomparsa. Non solo. Un testimone racconta che a portare il passaporto di Giulio nell'abitazione di uno dei banditi è stato un ufficiale della National security. È l'ennesimo indizio che porta dritto alle autorità egiziane.
SICUREZZA NAZIONALE
Ma perché i servizi segreti egiziani avrebbero rapito e torturato un ricercatore italiano? Possibile che sospettassero che Giulio fosse una spia inviata al Cairo dagli inglesi? Possibile che le sue ricerche sui sindacati siano state considerate un grimaldello per sobillare una rivolta contro il governo? A confermarlo, nonostante il muro alzato dalle autorità egiziane, ci sarebbero una serie di elementi raccolti dagli inquirenti italiani: Giulio era controllato da mesi dagli uomini della National Security, avevano perquisito il suo appartamento, lo avevano pedinato e fotografato, avevano costretto un sindacalista che collaborava al suo dottorato a registrarlo di nascosto durante alcune conversazioni. E poi ci sono i filmati della stazione della metropolitana in cui Giulio stava per salire l'ultima sera che, stranamente, sono spariti.
UN CASO DIPLOMATICO
La vicenda di Giulio Regeni ha avuto (e continua ad avere) un’importante eco internazionale, innanzitutto a causa dei paesi coinvolti: l’Italia, paese d'origine di Giulio Regeni; l’Egitto, paese chiave per la stabilità del Mediterraneo e di cui il nostro Paese è il principale partner commerciale europeo; il Regno Unito, in cui Giulio stava conseguendo un dottorato e che, attraverso l'Università di Cambridge, gli ha commissionato la ricerca sui sindacati al Cairo. Quel che è certo, come sostenuto dal Parlamento Europeo, è che l'omicidio di Giulio non è un evento isolato, ma si colloca in un contesto di torture, morti in carcere e sparizioni forzate che in Egitto avvengono sistematicamente, nella misura di “tre vittime al giorno”. Un clima che però non frena le democrazie occidentali dall'intrattenere col paese nordafricano floridi rapporti commerciali. Basti pensare che, proprio nei giorni della scomparsa di Giulio, era sbarcata al Cairo una delegazione italiana guidata dal Ministro dello Sviluppo Economico che mirava a consolidare i rapporti di collaborazione commerciale tra Italia e Egitto. Rapporti che passano innanzitutto dal ruolo dell'ENI, la multinazionale energetica italiana che da sempre ha in Egitto il suo punto di approvvigionamento privilegiato e che, a partire dal 2023, ha annunciato investimenti nel paese nordafricano per oltre 7 miliardi di euro.
PAOLA E CLAUDIO
La storia di Giulio Regeni è anche, e soprattutto, la battaglia dei suoi genitori, Paola Deffendi e Claudio Regeni che, dal giorno del ritrovamento del corpo senza vita del figlio, hanno intrapreso una coraggiosa battaglia per ottenere verità e giustizia. Per fare questo si sono serviti dell’aiuto dell’avvocata Alessandra Ballerini, specializzata in diritti umani, che è diventata la loro principale alleata. I genitori di Giulio non si sono mai arresi e hanno dedicato gli ultimi dieci anni della loro vita a tenere viva un'inchiesta che le autorità egiziane, e non solo, hanno cercato in ogni modo di boicottare. Paola e Claudio hanno incontrato decine di politici, in Italia e in Europa, ottenendo in cambio promesse che, a loro avviso, sono state sistematicamente disattese.
IL POPOLO GIALLO
Al loro fianco, un intero popolo, il cosiddetto “Popolo giallo”, un movimento di migliaia di persone della società civile, artisti e attori, cittadini comuni e giornalisti che hanno sostenuto e continuano a sostenere la battaglia di Paola e Claudio. Ogni anno, il 25 gennaio, a Fiumicello Villa Vicentina, il piccolo comune in provincia di Udine dove abita la famiglia di Giulio Regeni, si riuniscono da tutta Italia migliaia di persone per commemorarne l'anniversario della scomparsa. Un grande rito collettivo che si rinnova ogni anno e che nel 2026 arriva al suo decimo anniversario.
IL PROCESSO
Iniziato nella primavera del 2024 presso il Tribunale penale di Roma, il processo,
interamente ripreso dalle nostre telecamere, si è celebrato nonostante l'assenza dei quattro imputati che, a causa dell'ostruzionismo della autorità egiziane, non sono mai stati raggiunti dalla notifica della loro incriminazione. A sfilare sul banco dei testimoni, tra gli altri, si sono alternati alcuni degli uomini più importanti delle istituzioni italiane che, all'epoca dei fatti, ricoprivano ruoli di governo: da Matteo Renzi, ex Presidente del Consiglio, a Roberto Gentiloni, ex Ministro degli Esteri, da Federica Guidi, ex Ministro dello Sviluppo economico, a Maurizio Massari, ex Ambasciatore italiano in Egitto e Armando Varricchio consigliere diplomatico del presidente del consiglio Renzi. Dopo 27 udienze, 40 testimoni e 17 mesi di processo, il 21 ottobre 2025 il processo è stato sospeso a causa di un'eccezione avanzata dalle difese degli imputati. La sentenza è comunque prevista per il 2026.
NOTE DEGLI AUTORI
"Giulio Regeni - Tutto il Male del Mondo è un documentario che intreccia una storia intima, privata e famigliare a un caso di rilievo internazionale, politico e diplomatico, legato al controverso rapporto tra le democrazie occidentali e i regimi autoritari del Nord Africa e del Medio Oriente. Il racconto si muove su un doppio registro: quello famigliare, rappresentato dal punto di vista dei genitori di Giulio, Paola Deffendi e Claudio Regeni, dell’avvocata Alessandra Ballerini e quello storico-politico nel quale Giulio si è trovato ad operare suo malgrado e di cui è rimasto vittima. Il film restituisce questo secondo livello attraverso un ampio utilizzo di materiale d’archivio dei principali network internazionali, che documentano le rivolte, i colpi di Stato e il contesto politico dell’Egitto contemporaneo. A questo si affiancano interviste e riprese originali nei luoghi della vicenda, in una messa in scena essenziale e rigorosa, sempre al servizio del racconto. Il linguaggio adottato è classico e diretto: interviste sedute, repertori storici e immagini dei luoghi costruiscono una narrazione che unisce il destino individuale di Giulio e della sua famiglia a quello collettivo di interi popoli coinvolti in grandi eventi politici. Il cuore del film resta però il punto di vista umano e personale dei genitori, la loro battaglia ostinata contro un potere opaco e apparentemente invincibile, una lotta che assume i tratti di un confronto impari ma necessario. Senza ricorrere ad artifici narrativi o visivi, il documentario affida la propria forza alle parole, ai volti e alla persistenza di una memoria che continua a interrogare le coscienze, trasformando una tragedia privata in una questione pubblica e universale.
Matteo Billi ed Emanuele Cava