Sinossi *: Dal ritorno al potere dei talebani, il 15 agosto 2021, l'Afghanistan è tornato un Paese dove la vita delle donne è sorvegliata in ogni suo aspetto: studio, lavoro, movimento, persino il corpo. Khamush nasce da un incontro reale — quello tra un regista occidentale, tra gli ultimi ad entrare nel Paese dopo la presa di potere talebana, e un gruppo di giovani afghane che frequentano una scuola "clandestina", formalmente inesistente ma sostenuta e protetta dalle comunità locali. Da quell'incontro prende forma un racconto a due voci e due geografie: le ragazze rimaste in Afghanistan, che continuano a studiare di nascosto, e un gruppo di giovani afghane arrivate in Italia attraverso i corridoi umanitari dell'Università La Sapienza di Roma.
Il documentario intreccia le due realtà. In Afghanistan, N, energica e determinata al punto da meritarsi il soprannome di "presidentessa", il giorno dell'arrivo dei talebani ha rifiutato di indossare il burqa. S, coordinatrice del centro, descrive la chiusura forzata della scuola e la sua riapertura clandestina dopo poche settimane — un gesto di resistenza che, nel corso delle riprese, porterà anche all'arresto di alcune coordinatrici da parte dei talebani. Il regista ha continuato a raccontarle per un anno dopo il viaggio, con un corso di giornalismo online, finchè è stato possibile.
In Italia, Frishta sogna di diventare giornalista e studia Global Humanity alla Sapienza; porta con sé il trauma dell'attentato all'aeroporto di Kabul e lotta da due anni per far uscire la sorella dall'Afghanistan attraverso l'Iran. Goli, pittrice, ha dovuto bruciare e seppellire i propri quadri prima di fuggire con il marito, e ora prova a ricostruire la propria vita e la propria arte a Roma. Accanto a loro, Mara Matta, docente della Sapienza, e Morteza, artista afghano rifugiato in Italia da dieci anni, sono le figure che hanno reso possibile il corridoio umanitario e che sostengono le ragazze attraverso progetti culturali e artistici — tra cui uno spettacolo teatrale, La scuola di Herat, che diventa per le protagoniste un atto catartico di elaborazione del trauma.
Poiché le ragazze in Afghanistan non possono mostrare il volto per ragioni di sicurezza, il documentario le "racconta" nel volto di chi è riuscita a fuggire: due esperienze diverse ma speculari, quella di chi resiste restando e quella di chi resiste nell'esilio. Il materiale girato si intreccia con i filmati amatoriali che le ragazze stesse registrano quotidianamente con il cellulare, costruendo un ritratto corale e intimo, lontano dalla retorica della vittima.
Khamush indaga anche sulle nostre responsabilità individuali, sul tema universale della resistenza umana e su quanto il controllo dei corpi delle donne in un paese come l’Afghanistan riguarda tutti. Il documentario esplora attraverso immagini intense e racconti intimi, combinando lo sguardo esterno con l’auto racconto delle protagoniste. il video ci conduce in un viaggio emotivo tra due mondi: quello delle ragazze ancora intrappolate sotto il regime talebano, e quello delle giovani rifugiate impegnate nel ricostruire le loro vite in esilio. Il regista tenta di raccontare questo interrogandosi su come superare la retorica dovuta alla sua condizione.