ALESSANDRO PRETE - "Essere un acting coach"
Alessandro Prete è un acting coach di recitazione e lavora a stretto contatto con gli attori per la preparazione dei loro ruoli. Un lavoro poco raccontato, sempre più importante, che ci siamo fatti raccontare da lui stesso.
Come si diventa acting coach?
Ci sono tante strade possibili, ci tengo a sottolineare che non è l'insegnamento vero e proprio, accademico, ma si tratta di collaborare con attori professionisti nel corso della loro carriera (per un provino, per entrare meglio in un personaggio...). Gli insgenanti fanno un lavoro di base con allievi-attori, noi un lavoro specifico diverso per ogni professionista.
Non c'è un metodo unico, l'approccio è personale, deve essere cucito addosso a ogni evenienza.
Di solito pensiamo a questo lavoro per i bambini, o per i non professionisti...
No, non serve solo a bambini o non professionisti! Diciamo che è un po' come i corsi di aggiornamento dei vari lavori: il nostro è un mestiere artigianale, va svolto. Anche per questo serve il mio apporto, per approfondire meglio i vari ruoli possibili: c'è un rapporto di causa ed effetto al centro, nel nostro lavoro, per poter esaudire i desideri del regista. Un acting coach ti aiuta a capire quale è il processo per arrivare a ciò.
Come hai iniziato?
Ho studiato negli USA, la differenza tra insegnamento e acting nasce lì, nella mia carriera di attore ho avuto alti e bassi e al mio picco sentivo l'esigenza di essere accompagnato da questa figura, che in Italia però non c'era, l'ho un po' sdoganata io 15 anni fa, prima con alcune prove con amici, dando il mio contributo e vista l'utilità per come la vivevo io.
Mano a mano è cresciuto, alcuni colleghi pensano di isolarsi per trovare i personaggi ma per me è la scelta sbagliata.
Non è quindi solo una richiesta fatta in emergenza, quindi?
Ora c'è meno ritrosia nel dirlo, è quasi di moda, come avere un personal trainer in palestra!
Le tempistiche sono sempre più importanti, arrivare pronti è fondamentale: io non vado sul set, per scelta, mi piace sviluppare autonomia, responsabilità e fiducia verso il lavoro fatto prima insieme con gli attori.
Siamo sempre più un tramite tra regista e attori: i registi spesso ora chiedono la nostra figura per collaborare, non la vedono più invasiva, sanno che serve per avere un migliore risultato.
Il tuo miglior successo?
Il più iconico è stato il personaggio di Spadino in "Suburra", che abbiamo fatto nascere insieme con Giacomo Ferrara, compreso il suo tipico balletto!
Ma ne potrei citare svariati altri, Leo Gassmann per "Califano", "Patagonia" con Andrea Fuorto, Giusi Buscemi un po' in tutte le cose che ha fatto, Federico Mainardi per "M", Paolillo per il nuovo film su Gigi D'Alessio, Spollon e Gioli per "Chiaroscuro"... sono veramente tanti, questo mi rende felice.
C'è qualche ruolo che avresti voluto per te?
Per fare questo lavoro bisogna aver vissuto sulla propria pelle l'essere stati attori di un certo livello, per mettersi nei loro panni, ma poi anche non volerlo più fare!
La mia carriera non andava bene a un certo punto, in quel momento ho puntato sul fare l'acting coach ma prima ho voluto risalire a quel livello, poi ho anche dovuto rifiutare qualche ruolo.
Non mi sentirei intellettualmente onesto a voler fare ancora l'attore, io devo innamorarmi dell'attore e lavorare con lui o lei al meglio.
Trovo grande soddisfazione nel notare il nostro lavoro quando vedo il film finito!
06/02/2026, 19:02
Carlo Griseri