Note di regia di "Lo So"
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Lo So" è una storia d’amore sotto voce, una di quelle che solitamente non si raccontano.
Siamo abituati a nomenclare tutto ciò che ci circonda, forse per illuderci di avere la parvenza di un controllo. Siamo abituati a gerarchizzare l’amore, quello romantico è sempre su un gradino più in alto, quello che esiste oltre la coppia socialmente intesa, invece, è solo di contorno; non esiste un linguaggio comune per spiegare alle altre persone cosa succede, ad esempio, quando perdi la tua migliore amica, poche persone ti chiedono “come stai?”, nessuna ti dice che “guarirai”, “starai meglio” o che “il mare è pieno di pesci”.
Cosa succede allora quando un’amicizia finisce o quando viene meno quella quotidianità necessaria a far funzionare “le cose semplici”? Cosa si fa con quel dolore? Che ruolo occupa l’amicizia nella nostra vita? Come possiamo ripensare l’amicizia da un punto di vista personale, politico, sociale? Puo’ il racconto dell’amicizia sgretolare quelle strutture patriarcali ed eteronormative a cui siamo abituati?
Queste sono le domande a cui, nel suo piccolo, Lo so cerca di trovare risposta.
“Le donne sono il mio pianeta e la mia ricerca, il mio unico “partito” e, forse, oltre all’amicizia, il mio unico scopo nella vita.”
Goliarda Sapienza
La regia rispecchia l’occhio dello spettatore, mai troppo dentro al racconto, posto ad osservare a distanza di sicurezza.
L’alternanza della macchina fissa con la macchina a mano riflette, invece, il ruolo delle protagoniste nella dinamica della loro relazione: Silvia è in movimento, Laura è immobile; Silvia parte, Laura resta.
Fatta eccezione per la scena iniziale, che registicamente si distanzia da tutto ciò che vedremo dopo: un carrello all’indietro ci mostra per la prima ed ultima volta le protagoniste nello stesso luogo e metaforicamente ci anticipa tutto quello che la storia sarà, a partire dall’impercepibile scambio di battute iniziale.
I personaggi maschili non sono gli antagonisti, non sono “ruote di scorta”, sono altre strade possibili, quelle già tracciate: il romanticismo e la famiglia. Ma non c’è gerarchia, soltanto persone che si prendono cura delle rispettive vite.
Anche i colori e la fotografia, nel passaggio dai toni freddi iniziali a quelli caldi e accoglienti nel finale, ci indicano apertura. L’amicizia, intesa nella sua accezione più “queer”,
diventa uno strumento privilegiato per aprirsi all’altro e per esplorare il mondo. Un legame che, per essere autentico, deve prima di tutto generare nuove identità, reinventando costantemente il proprio senso e dando vita a connessioni affettive, sociali e
politiche.
“L’estate scorsa il mio migliore amico ha subito un lutto importante, improvviso. Lui non è in coppia, e quando c’è stato da sbrigare tutte le questioni burocratiche è parso naturale a entrambi che fossi io a occupare quello spazio che, in altre condizioni, sarebbe probabilmente stato occupato da un partner. Quando si trattava di giustificare la mia presenza in un contesto così delicato ci trovavamo, però, in un malcelato imbarazzo. Che fosse con un lontano parente o con l’impresaria delle pompe funebri, tentennavamo. Alcuni ci guardavano straniti, senza riuscire a comprendere in che rapporto fossimo, i più intraprendenti gli chiedevano: «Tua moglie?». «No, solo un’amica», mi affrettavo a rispondere. «La mia migliore amica», precisava lui, aggrappandosi a quello stesso aggettivo che ho usato io in apertura, responsabilizzandolo oltremodo, come se solo attraverso quell’aggettivo fosse possibile legittimare e dare consistenza a un rapporto, il nostro, che definisce da molti anni le persone che siamo ma che non possiede cittadinanza giuridica né una voce nel dizionario.”
Arianna Montanari
Alessandra Mangia