THE WINNING GENERATION - Il finale lo scrive la storia
Armenia, quattro generazioni di dissidenti. Quando il padre Shant finisce in carcere come prigioniero politico, il quattordicenne Shahen Harutyunyan ne raccoglie la battaglia: da attivista di strada a fondatore di un partito, fino alla candidatura alle elezioni nazionali del 7 giugno 2026.
Marco De Stefanis lo riprende per dieci anni, lungo un coming of age dove l'eredità familiare e il destino di una nazione si intrecciano fino a confondersi. C'è un ragazzo che corre su un campo da calcio.
Siamo a Yerevan, 2016, durante una partita di qualificazioni ai Mondiali contro il Portogallo: Shahen Harutyunyan attraversa il prato per protestare contro l'arresto del padre, prigioniero politico armeno, e in quella corsa rinuncia a sé. Sognava di fare il calciatore, l'unico mestiere, da quelle parti, dove conta il piede e non il cognome, e sceglie invece il posto che la famiglia gli aveva già in qualche modo assegnato.
Non è la protesta il soggetto di quella scena, ma la rinuncia: l'ultimo istante in cui Shahen avrebbe potuto essere qualcun altro, e lo attraversa correndo per una causa più grande, per quella vicinanza al padre che ritrova nella lotta più che in ogni altra cosa.
Nello stesso anno Marco De Stefanis arriva in Armenia per incontrare le famiglie dei prigionieri politici, è così che incontra Shahen e sua madre, che seguirà per dieci anni. C'è un dettaglio che è importante sottolineare sul perché De Stefanis decida di girare 10 anni al seguito di Shahen: i genitori volevano quella telecamera puntata sul figlio perché la ritenevano una corazza – una troupe straniera al seguito avrebbe reso le autorità più caute nel pestarlo.
Lo sguardo del documentarista nasce dunque come scudo prima ancora che come racconto, e questo contamina ogni inquadratura: Shahen cresce sapendo di essere filmato, e l'obiettivo che dovrebbe proteggerlo finisce per costruirlo. Il film attinge inoltre a materiali che a De Stefanis non appartengono – le registrazioni del processo al padre nel 2013, archivio rarissimo. Finché Shant è dentro, esiste per il figlio come icona, assente e idealizzata, è facile amare un padre in carcere, lo si fa bandiera. Poi esce, e l'icona ridiventa uomo, con i suoi silenzi, la sua durezza, la sua incapacità di restituire la tenerezza che il figlio ricerca nel simbolo.
Sorprende, in un quadro politico maschile fin nell'esposizione, l'insistenza con cui Shahen riconosce la madre. È una crepa nella retorica patrilineare su cui il film stesso poggia – nonno, padre, figlio – quasi che il protagonista sappia di dover correggere uno squilibrio che la struttura a tre generazioni di uomini produce da sola.
La trasmissione del destino di militanza è un nucleo così potente da farsi egemone: l'Armenia reale, la sua società, le condizioni materiali del dissenso scivolano sullo sfondo dell'ideologia tramandata. Il film racconta benissimo che l'eredità passa, assai meno perché ciascuno la raccolga oltre il fatto che gli sia stata consegnata. Manca il fuoco sulla spinta vera, sottratta la legittimazione del cognome. E resta il rimpianto della tesi inevasa: l'interesse di Shahen per il dissenso armeno tra gli anni Sessanta e Ottanta con la tesi universitaria – il terreno del nonno emigrato negli Stati Uniti e del Partito Nazionale Unito – avrebbe dato al film la profondità di campo che gli manca, radicando la militanza familiare in una storia collettiva. Ma la scrittura lo sfiora e lo abbandona.
Il 7 giugno 2026 Shahen si è presentato alle elezioni con il suo partito, e il film si chiude su quella soglia: il ragazzo che correva per il padre prigioniero si offre dopo un lungo percorso di militanza al giudizio del proprio paese. La coincidenza è troppo perfetta per restare innocente. Un documentario sulla "generazione vincente" che esce nel mese del voto, distribuito puntando alla diaspora armena, non si limita a raccontare una traiettoria politica: le fa da megafono. E qui si annida l'ambiguità più interessante dell'operazione.
Per dieci anni la macchina da presa ha costruito Shahen oltre che registrarlo: un ragazzo che cresce sapendo di essere il protagonista di un film sulla propria vittoria recita anche, in qualche misura, quella vittoria. Il regista ha scommesso su un esito che non controllava e ha avuto la pazienza – e la fortuna – di vederlo arrivare. È il limite di ogni cinema del reale girato sul tempo lungo: il finale lo scrive la storia, non l'autore. Ma è anche la sua unica, irripetibile forza. Nessuna sceneggiatura avrebbe osato far coincidere l'ultima inquadratura con un seggio elettorale vero, e quella credibilità grezza la garantisce solo il tempo reale, vissuto nell’incertezza.
Resta, sospesa sui titoli di coda, una domanda che il film non formula e che pure lo attraversa. C'è una fede, in Shahen, che la macchina da presa registra senza scalfire: che i confini si possano riscrivere, che ci si possa affrancare da un padrone come ci si affranca da un padre. Ma da queste parti uscire da un'egemonia ha quasi sempre voluto dire entrare in un'altra, e mai senza passare per anni di sangue.
L'indipendenza che il ragazzo immagina rischia di essere meno una conquista che un cambio di tutela — e il film, innamorato del suo eroe, non gli chiede mai a chi convenga davvero la sua vittoria. De Stefanis filma una speranza, e fa bene a filmarla. Ma la stessa frase che Shahen pronuncia, che la libertà è più facile da conquistare che da mantenere, pesa sulla sua immagine sorridente come un presagio. E quel presagio, lui, sembra averlo già capito.
24/06/2026, 15:48
Olivia Fanfani