Note di regia di "Alberi Erranti"
Ho scoperto Alberi erranti e naufraghi mentre lavoravo alla sceneggiatura di Assandira e, come sempre accadde quando si rimane folgorati da un libro, la tentazione è stata di passare subito armi e bagagli su quel nuovo fronte correndo, per un attimo, il rischio di venire meno a quel patto di fedeltà con una storia che si instaura appena ci ammalia e non si scioglie fino a che non la si è definitivamente traghettata sullo schermo. Leggendolo, ho trovato nel libro di Capitta tutta una serie di suggestioni potenti che parevano lì ad attendermi, messe in bella mostra per far sì che diventassero al più presto delle immagini: la scoperta del mare, oltre il crinale della collina, quando padre e figlio partono per ritrovarsi in quel lungo, iniziatico, bagno fuori stagione; il loro rapporto con l' ambiente e con gli animali interrotto in modo brusco e violento dalla rappresaglia dei Nonne, fino al tragico epilogo della carneficina; l' amicizia tra Giuliano ed Emilio; il paese dei bambini. Luoghi e situazioni che avevo visitato nei miei film precedenti e che parevano sussurrare che l'autore del libro li aveva visti. Ma l'esperienza della lettura, seppur esaltante, non garantisce di fatto il passaggio a un film e quattro pellicole, tratte da altrettanti libri, mi hanno messo in guardia sulle tante trappole che possono essere disseminate in un racconto, anche quando questo si palesa con l'apparenza di un repertorio familiare. Come schivarle? In genere è sufficiente il sentire profondamente il desiderio febbrile di raccontare quella storia. Certo, nel libro di Capitta non vi sono appigli, non vi è riferimento alla cronaca, alla sociologia, e solo qualcuno, blando, alla realtà in cui vivo. La Sardegna che si vede - e che conosco, da esserne intimamente parte - è un luogo dell'anima. Affonda direttamente nel mito. Può essere palcoscenico del creato. Non c'è nulla dell'immagine usurata della buccia costiera venduta ai turisti e ai rotocalchi, nulla di una certa narrazione antropologica anche essa confezionata apposta per i visitatori più smaliziati, tanto che se volessimo processare la trama con uno di quegli algoritmi che pretendono di fare ordine nelle derrate di una piattaforma e provare a classificare gli strati, prima di essere Bildunsgroman, prima di essere racconto di viaggio e di formazione, elaborazione di un lutto, Alberi erranti è una storia d'amore che si dipana con i modi propri di una favola e con tutti quegli ingredienti che hanno portato gli spettatori ad affollare i cinema, all'indomani della loro comparsa, trasmigrando in massa dai romanzi d'appendice. E se tanto Assandira, dietro quella balzana avventura turistico imprenditoriale, celava la storia di una relazione malata, quasi sulfurea, Alberi erranti, come l'altra faccia della medaglia, come il lato b di un disco che contiene entrambe le facce, è la storia di un amore puro che sboccia all'improvviso, “...di due destini che si uniscono in un istante solo...” come diceva una canzone dei Tiromancino di qualche anno fa. Una storia d'amore con tanto di principe che arriva sul finale a salvare la bella e a portarla via con sé dal cattivo di turno da un destino incolore, con i buoni e i cattivi che si fronteggiano dall'inizio alla fine in una suddivisione quasi manichea, come talvolta la favola pretende, che potrebbe persino far sorridere se si usasse il solo metro del realismo. E questa è stata la vera scommessa: tenere in piedi la favola tra le pieghe di un racconto che ha talvolta una apparenza e un andamento realistici. La favola, sappiamo, va oltre l'ambientazione temporale circostanziata, si appoggia alla realtà mettendole una veste propria in cui possano stare dentro tutti. E come se non avesse bisogno del metro della cronaca, dell'antropologia.
La favola è favola. E quando si accetta il suo gioco bisogna accettare tutto, anche l’impensabile. Viene da chiedersi allora cosa ci spinga a prendere un rischio simile, se è vero che per un certo tempo mi è venuto da pensare che con tale attitudine questo racconto appartenesse soltanto al dominio della parola scritta. Può bastare il rintracciare qualcosa di noi stessi? Chi non ha avuto, come Maddalena e Giuliano, l’anelito a trovare la propria anima gemella? Certamente una delle molle che mi hanno spinto a intraprendere questo viaggio sta proprio nella possibilità di questo film di essere il racconto di un amore puro, quasi in antitesi rispetto a quello opaco messo in scena in Assandira, al confine con l’idea platonica dell'amore stesso. Ma non è la sola. Se si guarda in filigrana la trama si può trovare molto altro: la difficile ricerca di una identità; il conflitto tra generazioni, e in special modo tra padri e figli; la paura del diverso, dei diversi; il gusto della prevaricazione che è sempre dietro l’angolo come un carbone ardente mai sopito pronto a riaccendersi alla prima folata. E allora seppure sia insidiosa una rappresentazione del mondo così campale, nei termini in cui ce la consegna lo scrittore, con i Nonne da una parte, ruvidi e spicci e cattivi fino all'inverosimile, e gli Arca dall'altra, visionari e romantici e ispirati da un sincero anelito ad essere in comunione con la natura, di cui ci siamo dimenticati tanto forte è la nostra volontà di bistrattarla, tutti ci possiamo riconoscere e tutti possiamo parteggiare. Soprattutto i più giovani a cui è data per età la facoltà di abbracciare le posizioni più estreme.
Salvatore Mereu