SETTIMANA DELLA CRITICA 41 - “Un Breve Incontro”:
Il dolore resta fuori campo
Con "
Un Breve Incontro", il
regista Liryc Dela Cruz chiude la 41ª Settimana Internazionale della Critica all’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, e lo fa con un cortometraggio che sceglie di muoversi in una zona fatta di dolore, corpi e parole.
Al centro ci sono due donne: Kath, italo-filippina e content moderator, e Jenny, filippina, che lavora come domestica e massaggiatrice.
Hanno origini in comune, ma anche esperienze e percorsi diversi. Le due si incontrano a Genova. Da questo incontro nasce lentamente una forma di vicinanza, costruita soprattutto attraverso il dialogo e il contatto fisico dei massaggi che Jenny fa a Kath.
Il film affronta temi importanti e tutt’altro che semplici: la migrazione, il lavoro precario e invisibile, la solitudine, il lutto e soprattutto quel confine sempre più sfumato tra la persona e il lavoro che svolge.
L’innesto narrativo è interessante, soprattutto quello di Kath. Fare la content moderator non è un mestiere semplice e chi lo svolge rimane spesso invisibile a chi utilizza quotidianamente i social network. Costretti a guardare contenuti violenti e disturbanti tutti i giorni, vengono raramente nominati. Un suo collega si suicida e per lei questa è una ferita difficile da elaborare: l’avvenimento diventa il punto di partenza per il suo avvicinamento a Jenny.
Sono premesse narrative molto forti, forse persino troppo forti rispetto a quello che il cortometraggio decide poi di mostrare. Solo a livello sonoro i primi minuti sono densi di dolore: un pianto incontrollato, un rigetto di stomaco.
Dopo i primi due minuti a colori, il regista abbandona quella dimensione per immergersi nel bianco e nero. La macchina da presa rimane sempre molto vicina a loro: le osserva mentre parlano, si confidano, si raccontano frammenti delle proprie vite e delle esperienze legate alla migrazione. Il vero centro del film non è tanto ciò che è accaduto prima del loro incontro, quanto la relazione che prende forma tra loro.
Però, ciò che rimane fuori campo è forse troppo. Del suicidio del collega di Kath, per esempio, si sa solo che è accaduto. Lo stesso vale per il lavoro di content moderator, un elemento narrativo potenzialmente molto interessante e che avrebbe potuto offrire al film una dimensione forte. Invece rimane soltanto nominato.
Il film è basato quasi interamente sui dialoghi tra le due protagoniste, che alternano italiano e filippino, ma l'assenza dei sottotitoli nei passaggi in filippino è un ostacolo per chi non conosce la lingua. Non poter seguire interamente quei dialoghi significa inevitabilmente perdere gran parte del racconto.
È un cinema che rinuncia all'illustrazione e preferisce affidarsi all'intimità dell'incontro. La domanda è se questa sottrazione sia sempre efficace o se, in alcuni punti, finisca per impoverire proprio quei temi che il film sembra voler mettere al centro.
Il lavoro ha quindi il merito di partire da questioni urgenti e di dare spazio a due figure femminili raramente rappresentate in questo modo. Ma è anche un cortometraggio che lascia la sensazione di aver sfiorato temi che avrebbero meritato maggiore approfondimento. Il lavoro digitale dei moderatori, il suicidio, l'esperienza migratoria: sono tutti elementi capaci di aprire prospettive molto interessanti, ma restano sullo sfondo.
11/09/2026, 13:30
Marta Bello