Note di regia di "Un'Altra Me"
Uno specchio, non un nemico
Una donna che si sdoppia per sopravvivere a uno sguardo che la ignora, e poi impara a rimettersi insieme. È un film che vive di specchi: quello dell'app, quello del camerino, quello del palcoscenico. Per me la regia degli attori deve essere fatta della stessa materia: ogni personaggio deve riflettere qualcosa di vero, anche quando indossa una maschera. Non dirigo mai un personaggio per la sua funzione nella scena. Cerco sempre cosa nasconde, cosa desidera, cosa lo fa vergognare e di cosa ha paura. Un'assistente di scena che ruba il caffè, un'attrice che fa una diretta social, un sarto che sistema un orlo: dietro ognuno di loro deve passare una vita intera, anche se lo spettatore ne vede solo un lampo.
È il principio guida di tutto il mio lavoro con gli attori: nessuno, in questo copione, è solo comic relief o solo motore di trama. Ogni sfaccettatura del personaggio va cercata dentro l'attore prima ancora che sulla pagina — nella sua storia, nel suo corpo, nei suoi imbarazzi reali. Il copione è la partitura, ma la sfumatura la trovo insieme a chi la interpreta.
Con ogni attore parto da una domanda semplice e scomoda: 'Cosa di questo personaggio è già in te, anche se non te ne sei mai accorto?'. Non chiedo di costruire un carattere dall'esterno — un tic, una voce, un'andatura — ma di portare alla superficie qualcosa che l'attore riconosce come proprio, anche minimo, anche imbarazzante. Solo dopo, insieme, lo amplifichiamo, lo deformiamo quanto serve al personaggio, ma senza mai perdere il filo che lo lega a una verità dell'interprete.
Per questo, in sala prove, lavoro molto sul 'prima e dopo' della battuta: cosa provava il personaggio un secondo prima di dire quella cosa, cosa gli costa dirla, cosa si porta via dopo averla detta. È un lavoro di sottotesto continuo, anche nelle scene più leggere o più grottesche del copione — anzi, soprattutto in quelle, perché la commedia di questo film ha sempre un dolore sotto, e va difeso anche quando fa ridere.
Anna e LaBenni: un'attrice, due verità opposte
Il cuore del film è che Anna e LaBenni devono essere la stessa persona vista da due lati, non due personaggi diversi. Questo è il lavoro più delicato e più importante di tutta la regia degli attori: la stessa interprete deve poter essere, nello spazio di un cambio di scena, la ragazza che si scusa in automatico con tutti e la sua versione patinata che risponde 'Chiamami LaBenni'. Non voglio due maschere consecutive: voglio che lo spettatore veda, in ogni singola battuta di LaBenni, la ferita di Anna che la genera, e in ogni imbarazzo di Anna, il desiderio di perfezione che diventerà LaBenni.
Ho lavorato scena per scena su questa doppia partitura interiore. Penso ad esempio al primo confronto in appartamento, quando Anna la scaccia e LaBenni le risponde con quella supponenza da influencer:
“Sono qui per te, io sono la versione migliore di te, quella che tu vorresti essere... fidati.”
Qui Margot non ha interpretato la cattiveria di LaBenni come un'entità estranea, ma l’ha trovata come l'eco esatto di ogni cosa che una come Anna si dice da sola quando si guarda allo specchio la mattina. È autocritica travestita da aiuto. Allo stesso modo, nella scena della rottura finale, quando Anna le dice “Il mondo non ha bisogno di perfezione, ha bisogno di verità”, voglio che nella voce dell'attrice resti la fatica di dirlo a sé stessa prima ancora che a LaBenni — non è un discorso motivazionale, è un atto di coraggio fisico, quasi doloroso.
I 'glitch' di LaBenni — quei momenti in cui la voce si spezza, si allunga, perde il controllo — li ho trattati come le uniche crepe di sincerità del personaggio, mai come un effetto comico fine a se stesso: sono gli istanti in cui LaBenni, per una frazione di secondo, sente qualcosa di vero e non sa come gestirlo. Lì, paradossalmente, LaBenni è più vicina a essere umana che in ogni altra battuta patinata.
Il copione è costruito come un affresco corale in cui ognuno dei personaggi è un tassello fondamentale nella costruzione del racconto. Ed anche il teatro stesso viene rappresentato come un personaggio vivo che “Respira e brontola nell’indifferenza della città”.
Con il musicista, Antonio Fresa, abbiamo lavorato fin dalla stesura del copione sulle musiche in modo da fondere completamente il racconto nel percorso musicale. E dove ho potuto, durante le riprese, l’ho messo anche in difficoltà facendogli vincere una scommessa con se stesso e dare al film qualcosa di unico.
Girare un film come questo per me è stato un percorso di vita che ho voluto condividere con tutti e che mi hanno ricambiato sostenendo con passione il progetto.
Luca Brignone13/10/2026, 11:18