Sinossi *:
Anna è una ragazza di 30 anni che fa fatica ad accettarsi per quello che è. Per superare le sue insicurezze crea sui social LaBenni, un avatar che incarna la versione idealizzata di sé: carismatica, disinvolta, perfetta. Quando LaBenni diventa popolare, Anna finisce per vivere attraverso di lei, trascurando la realtà e le persone che ama.
Proprio quando decide di liberarsene, LaBenni prende misteriosamente vita nel mondo reale e inizia a interferire nella sua quotidianità, provocando situazioni imprevedibili, creando equivoci e mettendo a rischio le sue relazioni.
Coinvolta nella realizzazione di una versione al femminile di Cyrano de Bergerac, Anna si troverà a confrontarsi con le proprie fragilità e ad affrontare le sue paure più profonde.

Cast

Interpreti:
Margot Sikabonyi (Anna/LaBenni)
Andrea Bosca (Fabio)
Chiara Noschese (Michela)
Paola Sambo (Alice)
Ernesto Mahieux (Aldo)
Lucrezia Lante della Rovere (Madre di Anna)

Soggetto:
Luca Brignone
Dora Albanese

Sceneggiatura:
Luca Brignone
Dora Albanese

Musiche:
Andrea Fresa

Montaggio:
Davide Miele
Lorenzo Faggiolati (Assistente)

Costumi:
Fabio Cicolani

Scenografia:
Elena Monorchio

Effetti:
Danilo Giannoccaro

Fotografia:
Dario Di Mella

Suono:
Giuseppe Manfrè (Presa Diretta)
Cristiano Ciccone (Mix)
Michele Gualdrini (Mix)
Arianna Arcangeli (Montaggio)
Ivan Caso (Effetti Sonori)

Casting:
Loredana Scaramella

Aiuto regista:
Esmeralda Da Ru

Organizzatore Generale:
John Cesaroni

Produttore Esecutivo:
Luca Barbareschi

Arredatrice:
Georgia Vitetti Martini

Colorist:
Massimo Gubinelli

Supervisione alla Post Produzione:
Irma Misantoni

NOTIZIE 'Un'Altra Me'



Note:
NOTE DEGLI AUTORI

Una storia nata a quattro mani, e da una casa sola

Un’Altra Me è un film che abbiamo scritto insieme, come scriviamo tutto: parlandone la sera, interrompendoci a vicenda, contraddicendoci finché non restava in piedi solo quello in cui credevamo entrambi. Non è un dettaglio secondario. Anna nasce da questo doppio sguardo — quello di chi scrive i dialoghi pensando a come suoneranno dalla platea, e quello di chi li scrive già immaginando come dovranno essere messi in scena. È un film sullo sdoppiamento, ed è stato scritto, letteralmente, in due.
Abbiamo iniziato a lavorarci partendo da una domanda che ci è sembrata urgente, e che ci siamo posti prima come persone e poi come autori: cosa succede quando l'immagine di noi che restituiamo alla società più è ossessivamente curata e performante e più è amata e apprezzata? E cosa accade quando siamo noi per primi a innamorarci della nostra proiezione artefatta, irreale, tanto da non poterne più fare a meno? Di certo i social giocano un ruolo fondamentale nella accelerazione dei complessi estetici, e nel peggioramento della percezione di sé, ma scrivere un film contro i social o contro l'intelligenza artificiale sarebbe stato facile e, onestamente, disonesto, visto che li usiamo anche noi ogni giorno. L’obiettivo è stato scrivere un film che prevedesse l’esistenza ingombrante del mondo social, fino a esasperarne la convivenza con la vita vera, quella che corre impietosa e si porta addosso, sul viso, sulla pelle i segni di tutte le battaglie vinte e perse. Dunque, cosa accade a una persona quando smette di essere il risultato costante della propria vita, del proprio destino per diventare altro da sé? Cosa succede quando a furia di costruire una versione perfetta di sé si diventa invece profondamente imperfetti?


Perché il teatro, e non solo i social
Abbiamo scelto di ambientare la storia dentro un teatro, tra prove, camerini e sipari, perché ci sembrava l'unico luogo abbastanza onesto da mettere a confronto con la finzione patinata di LaBenni. Il teatro è il posto dove la finzione si dichiara tale fin dall'inizio: si sale su un palco sapendo che tutti sanno che è un palco. I social, invece, promettono il contrario: sembrano vita vera, e non lo sono mai del tutto. Ci interessava che Anna vivesse esattamente nel punto di attrito tra questi due tipi di finzione — quella dichiarata del teatro, che può essere anche il luogo più vero che ci sia, e quella nascosta dei social, che si spaccia per verità.
Anche il Cyrano de Bergerac che si prova per tutto il film non è un caso: un uomo che si nasconde dietro le parole di un altro perché non crede di poter essere amato per come è fatto davvero ci sembrava lo specchio perfetto della storia di Anna. Non l'abbiamo scelto a tavolino come metafora furba: è successo mentre scrivevamo, e a un certo punto abbiamo capito che il testo che i personaggi provavano ogni giorno raccontava, di lato, esattamente quello che stavamo scrivendo su di loro.

Anna, LaBenni, e la parte di noi che si è vergognata troppo a lungo
C'è del nostro, in Anna: nella goffaggine, nella tendenza a scusarsi per esistere, nel bisogno di rendersi utile per sentirsi legittimata a stare in una stanza. E c'è del nostro anche in LaBenni, per quanto sia scomodo ammetterlo — nella tentazione di semplificarsi, di diventare più simpatici, più veloci, più 'in linea', quando la vita reale sembra chiedere più fatica di quella che siamo disposti a dare.
Non abbiamo mai voluto che LaBenni fosse una semplice antagonista. È scritta per essere, fino all'ultimo, seducente — perché la tentazione di scomparire dietro una versione migliore di sé lo è davvero, e un film che la rendesse solo ridicola o solo cattiva avrebbe mentito.

La madre, il padre assente, e il pubblico che ride

Abbiamo voluto che tutto partisse da un incubo d'infanzia — un palco, un padre che non si trova tra il pubblico, una platea che ride invece di ascoltare — perché volevamo che il bisogno di approvazione di Anna avesse una data di nascita precisa, e non fosse presentato come un difetto generico di carattere. Chi si costruisce un'immagine perfetta da adulto, quasi sempre, da bambino non si è sentito visto per quello che era. Ci sembrava importante dirlo con chiarezza, senza sconti, fin dalla prima scena dopo lo spot.
Anche il personaggio della madre è nato dal desiderio di non scrivere una figura genitoriale come pura colpevole. Anche lei, a modo suo, ha avuto paura di non essere abbastanza — 'mi sentivo sbagliata in tutto anche nell'essere madre' — e la riconciliazione finale tra le due non è una soluzione facile, ma il riconoscimento che nessuna delle due aveva davvero bisogno di essere perfetta: aveva bisogno di essere vista.

Il coro del teatro: una famiglia disfunzionale a cui vogliamo bene

Sergio, Michela, Mattia, Iris, Claudio, Alice, Aldo, Giovanni, Fabio: ognuno di questi personaggi ci è servito per mostrare una diversa strategia di sopravvivenza allo sguardo altrui — chi urla per non sentirsi invisibile, chi si mette in diretta per non sentirsi sola, chi cita un guru per sentirsi furbo, chi si innamora tardi perché finalmente non ha più tempo da perdere con la paura. Nessuno di loro è scritto per essere solo funzionale a una battuta: ognuno avrebbe potuto essere il protagonista di un altro film, e pensiamo che questo si senta anche quando restano sullo sfondo.


Sul finale, e sul titolo

I titoli di coda si chiudono su Anna che, sola davanti alla macchina da presa, ribalta lo spot iniziale: non promette più una versione migliore di te, ti dice solo di essere quella che sei. È la frase con cui abbiamo iniziato a scrivere questo film, prima ancora di sapere come si sarebbe chiamato, ed è la frase con cui abbiamo deciso di lasciarlo andare.
“SII TE STESSA. SEMPRE.”

Dora Albanese e Luca Brignone

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