Note di regia di "Nedo, un Italiano"
Il racconto intimo e personale evocato direttamente da Nedo Fiano si muove in luoghi ben definiti e dettati dagli avvenimenti storici. La sua Firenze, la casa da cui fu arrestato per essere portato nel carcere delle Murate. Ritroverà i suoi genitori e i suoi familiari un mese dopo nel campo di transito di Fossoli, in provincia di Carpi, fino alla deportazione nel campo di Aushwitz-Birkenau. È lì che, durante le riprese di Memoria nel novembre del 1995, ha esposto la drammatica testimonianza della sua prigionia all’interno del Kanada Kommando, composto da addetti alla spogliazione dei prigionieri appena arrivati e ignari della loro sorte. La testimonianza di Nedo è intrecciata nel film al racconto dei tre figli Enzo, Andrea, Emanuele e dei nipoti Uria, Dafna, Talia, Nannerel e Davide. Queste voci formano un lessico familiare e un dialogo intergenerazionale su piani temporali diversi, creando tasselli di memoria condivisa che evidenziano come la grande Storia si fonda con la storia personale di una famiglia travolta dalle leggi razziali del 1938 e dalla deportazione nei campi di sterminio. Questa serie di testimonianze è montata per comporre una voce corale che racconta la discriminazione, l'arresto, il viaggio, lo sterminio, la liberazione, la vita dopo Auschwitz e il grande lavoro di testimonianza con i giovani. Lo svolgimento narrativo non è cronologico, privilegia invece i luoghi e i temi che nel tempo sono stati formativi dell'identità di Nedo Fiano. Per fare questo, il film porta in un viaggio che si sposta dai campi di sterminio polacchi a quelli tedeschi. I figli guidano la narrazione attraverso i campi di sterminio dove Nedo è stato prigioniero: Auschwitz, Stutthof (vicino a Danzica), Echterdingen - nei pressi di Stoccarda - e Buchenwald, vicino a Weimar. Il luogo diventa non solo una nota visiva, ma una forma di racconto rispetto alle testimonianze storiche di Nedo e alle impressioni ed emozioni dei figli e nipoti, alla ricerca del senso di identità familiare, cercando il punto di ricongiunzione di una “famiglia interrotta”.
Il documentario si fonda sulla dimensione psicologica del trauma dei figli e nipoti. Sono diversi gli aneddoti contemporanei, raccontati dai nipoti di Nedo, che fanno percepire con chiarezza la presenza della trasmissione dell’esperienza familiare, non solo sotto forma di trauma ma soprattutto come valore fondativo. I racconti dell’oggi sembrano il nitido riflesso di ciò che è successo più di ottant’anni fa, e il montaggio ricompone un racconto ricco e coinvolgente, mantenendo in equilibrio e dialogo la vicenda umana e personale con quella storica.
Il suono è altrettanto importante: Nedo si è salvato grazie al suo canto, che apre il documentario. Nel film riproduce le feroci urla in tedesco dei generali nazisti, la sua voce è la guida del racconto. Una dimensione imprescindibile del racconto è quella archivistica, l’Archivio della Memoria, girato negli anni ’90, è il pilastro del film, e permette un dialogo intergenerazionale altrimenti impossibile tra Nedo, i figli e i nipoti. Si creano così forti rimandi, e a stagliarsi è la potenza di una testimonianza umana e storica unica.
Il film si propone anche e soprattutto di essere un affresco vero e intenso, interrogandosi sulla complessità della tragedia della guerra e del tradimento di un paese verso una parte dei suoi cittadini, non risparmiando il dolore e la sofferenza di una ferita che non si è ancora
completamente rimarginata.
Il film non tralascia una amara nota finale: in età avanzata Nedo si ammala di demenza senile, che lo porta a dimenticare la sua tragica esperienza e a perdere - o liberarsi, secondo uno dei figli - la sua missione di vita, il ricordo di ciò che è stato. Cosa resta dunque della sua identità?
Attraverso il suo impegno di testimone, che per quasi 40 anni ha portato alle giovani generazioni un racconto vero e crudo, Nedo Fiano resta una voce esemplare per rettitudine, chiarezza e voglia di giustizia. Le sue parole fanno da monito in un mondo sempre più complesso da decifrare in cui le nuove ondate di violenza e guerra fanno perdere punti di riferimento etici e morali che sembravano acquisiti anche grazie ai testimoni dell’orrore nazista.
Ruggero Gabbai